Cecino Caldo, una voce in città

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di Lorenzo Pieri

Ci ha tenuto compagnia per anni, con i suoi motti inverecondi che scandivano pomeriggi autunnali lungo le vie del centro, dispensando ogni sorta di “lovarie” a bambini golosi, a signore divertite dalla arguzia dei suoi tormentoni, a tutti i protagonisti dello struscio cittadino.
Non tutti conoscono la sua storia: Cecino, al secolo Dino Fabbri, era nato a Cesena nel 1926, e già alla tenera età di tre anni accompagnava alle fiere la mamma, Santa, su un carretto carico di limoni, carrube, datteri, fichi e caramelle. Ci piace immaginare questo fanciullo immerso nelle fragranze e nei profumi di generi voluttuari che a quel tempo dovevano farlo sognare, e difficilmente poteva resistere alla tentazione di qualche assaggio furtivo. La mamma era soprannominata Filippa, e ben presto il piccolo Dino ereditò l’appellativo di “Filép”.

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Anni 60: la mamma Santa con il carrettino in piazza Fabbri

Nel 1935, a nove anni, fece un viaggio in treno a Forlì con sua mamma, e come Marco Polo al ritorno dalla Cina, portò a Cesena non spezie, ma un carico di galletti e ochine di zucchero rosso, i tanto amati fischietti di San Giovanni, delizia del palato, fragile e colorata, ancora oggi simbolo della festa patronale.
Il padre aveva una osteria nella piazzetta di fronte a Palazzo Romagnoli, ove trovavano gioviale ristoro gli operai della “Società Elettrica”. Filép aiutava il padre nella mescita, e gli affari andavano a gonfie vele, otre 100 litri di vino al giorno empivano i bicchieri di una classe operaia laboriosa e sanguigna.

Ormai adulto, Filép decise di mettersi in proprio, acquistò un camioncino e iniziò una nuova attività, rifornendo di frutta e verdura i bagni e i camping della riviera.
Alla morte della madre, quasi a voler tornare alle origini, a riassaporare profumi e ricordi d’infanzia, Filép riportò a nuova vita quel carrettino di un tempo, che Santa aveva rinnovato nel 1938 e che era stato per lei compagno fedele di una vita. Iniziò allora l’epopea di Cecino Caldo, la quieta transumanza quotidiana tra il cinema Eliseo (dove si vantava di non aver mai messo piede), il Novo, Corso Sozzi, via Uberti.

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Un giovane Dino Fabbri davanti a Palazzo Romagnoli in via Uberti.

Non erano certo lauti guadagni a motivarlo, ma la passione per il mestiere di ambulante, che lo faceva sentire elemento vitale di una comunità, pietra della città, personaggio di spicco in quel teatro che è la passeggiata pomeridiana o serale. Il suo arrivo era preannunciato dal profumo delle caldarroste o dei ceci arrostiti che gli derivarono il curioso appellativo con cui tutti lo ricordiamo.
Attirava i passanti con esclamazioni allusive e colorite: “Donne! Ho i maroni sul fuoco!” – “Cecini…cecini caldi…Pronti per l’imbocco??”, o in prossimità dell’ippodromo “Fresco il lupino, tenero il cecino, trotta cavallino!”.

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Dino Fabbri in Corso Sozzi negli anni 80.

Dino Fabbri se n’è andato nel 2005, ma ancora risuonano nei nostri ricordi i suoi motti salaci, ancora ci par di vedere spuntare, sotto Palazzo Ghini, il suo sguardo pungente, il profilo sornione di Cecino, un personaggio amato da tutti, macchia vivace di colore nel quadro della città.

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