Cesena nelle pagine dei suoi scrittori

Buona domenica 20 dicembre 2020, care amiche e amici di questa Rubrica su Cesena. Oggi desidero proporvi la lettura di alcuni testi di scrittori cesenati (scelta limitata agli scrittori che non ci sono più) che raccontano aspetti particolari della nostra città:

 

Troviamo per la prima volta la famosa definizione di Cesena “a forma di scorpione“ nel “Pulon mat”, poema scritto in dialetto locale da un Autore ignoto del secolo XVI°:

Csena l’è fatta a smita d’un scarpion/ Cesena è fatta a somiglianza d’uno scorpione,  Posta ansla piana, es tocca dla culina/ Posta nella pianura e toccata dalla collina,  L’ha dstes la coda uor d’Rbgon/  Ha distesa la coda verso il Rubicone, E sai biecch’ lergh au Sevij lass’avsina/ E coi becchi larghi si avvicina al Savio

Nel poema “Diluvio successo in Cesena del 1525 10 de luglio” del frate cesenate degli Eremitani di Sant’Agostino Cornelio Guasconi leggiamo una descrizione della bellezza della città e la efficace definizione della sua possente Rocca “falcon di Romagna“:

Fuor de la terra circa cinque miglia, a piè d’un monte nasce una gran vena, d’un’acqua chiara ch’al cristal somiglia, e scende giù per megio de Cesena, e di tal’acqua grande util ne piglia, quella città magnifica e serena, Cesaula è il nome di questo torrente, e fu così nomato anticamente …………………………………..  “Se dir vogliamo di quella fortezza, inexpugnabil rocha de Cesena, quattro non trovo di tanta bellezza, simil a questa perchè tanto serena, posta è sopra d’un pogio in tal altezza, che con lestiaria si gionge apena, nè mai se po pigiar senza magagna, però falcon si chiama de Romagna“.

Una triste e, tuttavia, suggestiva descrizione di una via un tempo importante e di uno dei quartieri più poveri di Cesena, quello cosiddetto di “Chiesa Nuova“ , eliminato nella seconda metà dell’Ottocento per far posto al Viale Mazzoni ci fornisce Nazzareno Trovanelli in una delle tante pagine (sul “Cittadino“ 1895) dedicate alla città di cui era profondo conoscitore e appassionato cultore di storia e arte:

Non occorre essere molto innanzi negli anni per ricordarsi ancora come era la vecchia Chiesa Nuova, quando le case, dal lato della Rocca, giungevano fino al limite della piazza, anzi lo formavano, in linea con lo sbocco di via delle Tavernelle (oggi Michelina). Povera strada! Era la più brutta ma forse anche la più caratteristica del nostro paese e quando – non essendovi ancora la ferrovia – tutti i forestieri provenienti da Bologna entravano con le storiche diligenze per la Porta Fiume, essa si presentava subito ai loro occhi, non producendo davvero la più favorevole impressione e promessa sul conto della città. La sera, specialmente, con la scarsa illuminazione ad olio che precedette l’impianto del gas, la strada con l’interminabile e oscuro portico, elevato notevolmente sul livello stradale, con gli archi e i pilastri ineguali, con le scalette rotte e irregolari, aveva qualche cosa di medievale…. Ed ecco, ad aumentare la malinconia e la tetraggine della scena, avanzarsi lento lento, scricchiolando, un oscuro carro, trainato da un solo e miserabile cavallo, con un uomo a piedi, davanti, per guidarlo, recante un lumicino; un carro tutto chiuso, un gran cassone ambulante, dove stavano i poveri morti dell’ospedale, i quali venivano condotti all’ultima pace del Cimitero. In questa via – dopo la memorabile catastrofe del 1377 e dopo la quasi totale distruzione della città – si raccolsero, miseri e trepidanti, i pochi sperstiti della strage dei Bettoni...”

La stessa strada di Cesena troviamo diversamente descritta da Renato Serra in un articolo del “Cittadino“ (1913), in occasione di una visita del filosofo Benedetto Croce:

E’ un piccolo orgoglio e un piacere per Cesena dopo qualche anno per le sue strade un po’ strette e mal selciate certo, e polverose, ma pur così famigliari nell’intimità dei portici e così facili alla vista armoniosa dei colli e del piano, la figura semplice e ben nota dell’ospite E a noi piace ricordare il primo soggiorno di Croce, nella stessa camera del nostro vecchio albergo aperta sulla vuota piazza sassosa e sull’ampia strada che corre con così molle curva dei filari dei platani sotto la mole della Rocca antica e bruna sul dorso del colle che mormora di folto verde fresco…

Notissima, ma non si può fare a meno di richiamarla per la sua particolare suggestione è la passeggiata da piazza del Popolo a Porta Montanara, descritta da Serra nell’ “Esame di coscienza di un letterato”:

Un passo dopo l’altro su per la rampata di ciottoli vecchi e lisci con un muro alla fine e una porta aperta sul cielo e di là dal mondo. A ogni passo la corona del pino, che pareva stampata come un’incisione fredda lassù su una pagina d’aria grigia, si sposta, si addensa,, affonda i suoi aghi di un verde fosco e fresco in un cielo più vasto, che scioglie tanti stracci di nuvole erranti in una grande trasparenza scolorata. C’è una punta d’oro in quegli aghi che si tuffano nell’aria così vuota, così nuova. Anch’io son vuoto e nuovo.“

E che dire di quest’altra bellissima descrizione (ancora di Renato Serra), nella sua inquietante desolazione, tratta dalla prefazione al “Fra’ Michelino e l’eresia” di Armando Carlini:

“Ti piaceva di fermarti sul ponte che valica il Savio col grande ponte quasi romano; appoggiato al pacifico parapetto guardavi l’acqua poca e lenta passare laggiù tanto in basso, mentre io ti aiutavo a trovare per il gran piano dilagante il luogo di Ficchio, piccolo punto quasi smarrito presso una curva lontana del fiume, dietro un velario di pioppi che si confondeva con la caligine azzurra dell’estremo orizzonte.

Ho cercato quel punto ieri, un’altra volta ma non sono sicuro di averlo trovato…. Dal colle dei Cappuccini, dov’ero, la prospettiva è diversa… La pianura nella nebbia di novembre mi sembrava immensamente monotona e scolorata, vuotata di tutti i nomi e dei segni e delle orme dei viventi. Vedevo una terra stanca, sotto un cielo impiccolito e coperto; una grigia distesa tutta uguale, in cui le abitazioni innumerevoli e immote parevano macerie disperse e abbandonate dal tempo. Dove sono gli uomini e la loro storia?”

Infine, la prima parte di una bella poesia di Walter Galli (1921-2002) dedicata al suo amato quartiere, quello della Valdoca, cuore popolare di Cesena. Da “Compianto per la Valdoca”:

 

I nomar sgaf dla Valdoca / Prema ch’e‘ sia trop terd / Bsugnarà pu ch’a v’degga dla Valdòca: Quàtar capani sgangarèdi e una viòla / E dla zenta ch’la j à campè la vita aquè: Instèdi cun al moschi int j occ / E inviran ch’è giazeva l’acva in i calzìdar, / Me, è fiòl’d Galòz e‘ barbir, / Prema che gnasquel e‘ sia pòrbia.

E, davvero, bisognerà pur parlare della nostra città di Cesena, conservarne la memoria, raccontarne la storia e apprezzarne la bellezza… prima che sia troppo tardi, prima che tutto diventi polvere!

 

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