Due immagini singolari

di Franco Spazzoli

In queste giornate in cui E’ BENE STARE IN CASA ho pensato di far uscire ogni giorno su f.b.(con qualche modifica) un capitolo del mio libro “Cesena Curiosa” pubblicato cinque anni fa dal “Ponte Vecchio” per consentire a chi legge  una passeggiata virtuale nella nostra città, in attesa di fare (speriamo presto) lunghe passeggiate reali dopo aver sconfitto il coronavirus. Voglio presentarvi oggi due immagini di cui non avevo parlato nel mio  libro “Cesena Curiosa”. Buona lettura e buona giornata!

Nell’ultimo articolo, a proposito del Santo Patrono di Cesena, ho accennato alla presenza, nella Cattedrale dedicata a San Giovanni, dell’Altare del Corpus Domini, splendida opera rinascimentale dello scultore veneto Giovan Battista Bregno, realizzata tra il 1494 e il 1505.

Massima scultura conservata nella Cattedrale, raffigura Gesù che raccoglie in una coppa il sangue versato per la redenzione umana e, ai lati, San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista.

Vediamo inginocchiati Carlo Verardi (committente dell’opera, importante ecclesiastico con incarichi di prestigio nella curia romana) ed il nipote Camillo.

Ma è su due singolari rilievi ai lati esterni delle colonne che voglio attirare oggi la vostra attenzione.

Si tratta di due animali immaginari, simboli del Male e del Bene.

A sinistra troviamo l’immagine dell’Idra, fantastico mostro dal terribile veleno, dotato di molte teste (da tre a nove e più) che rinascevano se tagliate. 

Venne uccisa da Ercole nella seconda delle sue mitiche “fatiche”.

Nella tradizione cristiana l’Idra simboleggiava i “vizi multipli” da cui occorre liberarsi contemporaneamente.

Ancora più rara e curiosa l’immagine che troviamo dalla parte opposta, sulla colonna alla destra di chi guarda l’Altare.

Vediamo qui una rappresentazione della Fenice, nota anche con l’epiteto di “araba” per la sua provenienza, uccello simile ad una gru, in grado di vivere cinquecento anni e, dopo la morte, rinascere entro tre giorni.

Secondo la leggenda, all’approssimarsi della fine, la Fenice si ritirerebbe in un luogo appartato, costruendo con piante aromatiche un nido a forma di uovo dove si adagerebbe lasciandosi bruciare dai raggi del sole.   

Nell’arco di tre giorni, dalle ceneri risorgerebbe una nuova Fenice (come vediamo nel rilievo).

Questa sua eccezionale facoltà le rese simbolo della Resurrezione per i cristiani mentre per gli alchimisti simboleggiava il fenomeno della Trasmutazione Alchemica (“Fenice” era il nome dato alla pietra filosofale che avrebbe mutato i metalli in oro).      

Il mito della Fenice è millenario, da Erodoto a Dante (Inferno, canto XXIV) ad oggi, allorchè il termine “Fenice” sta ad indicare qualcosa di inafferrabile.

Rare, tuttavia, sono le immagini artistiche.

Nel libretto dell’opera buffa Così fa tutte, musicato da Mozart, Lorenzo da Ponte riprende una strofa di Metastasio e fa dire a Don Alfonso, che non crede alla fedeltà delle donne:

È la fede delle femmine

come l’araba Fenice

che ci sia ciascun lo dice

dove sia nessun lo sa.

Potrà la nostra immagine dell’araba Fenice contribuire (in qualche modo) a smentire Don Alfonso e salvare la fedeltà delle donne?

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