Garibaldi a Cesena e un tragico duello tra valorosi Garibaldini

Buona domenica care amiche e cari amici, nonostante il tempo grigio e piovoso e il colore “arancione” della giornata! Occupiamoci ancora (l’ho già fatto in parte nello scritto n.33 su Gaetano Maldini, il “paggio di Anita”) del rapporto tra la nostra città e Giuseppe Garibaldi, uno dei personaggi più affascinanti (a mio parere) della nostra storia nazionale:

Giuseppe Garibaldi giunse per la prima volta a Cesena martedì 5 dicembre 1848, nel pieno di quel moto rivoluzionario che coinvolse l’Italia e gran parte dell’Europa e passò alla storia come “Primavera dei Popoli”. Veniva da Ravenna ed era diretto a Roma che si trovava in pieno fermento rivoluzionario. L’esercito garibaldino consisteva in 450 volontari, belli per la passione patriottica ma poco armati e malvestiti, alcuni addirittura senza scarpe. Uno spettacolo nettamente migliore davano 30 lanceri a cavallo, piccolo ma ben equipaggiato esercito creato dal loro comandante, il capitano bolognese Angelo Masini (che tutti chiamavano “Masina”), notevole figura di appassionato patriota e personalità generosa e coraggiosa che morirà l’anno successivo a Roma, nella battaglia di Villa Corsini. Garibaldi prese temporaneo alloggio all’”Albergo della Posta” (poi “Leon d’Oro”) nell’attuale Piazza del Popolo dove si riunì in breve tempo, in una specie di parata di saluto al Generale e di commiato da Cesena, la Legione Romana del colonnello Bartolomeo Galletti (Roma 1812 – 1887) che la mattina dopo sarebbe partita per Ancona.

Il Generale si affacciò a una finestra dell’albergo e salutò la Legione incitandola a combattere per la libertà di Roma e dell’Italia. Al momento della partenza, il colonnello Galletti fece pubblicare un proclama indirizzato ai Cittadini di Cesena e di Rimini che conteneva parole di grande apprezzamento per l’accoglienza ricevuta: “Fratelli delle forti Romagne!… Noi ci allontaniamo da Voi, ma la memoria delle liete accoglienze vostre non può venir meno nel nostro animo. Voi che ci amate perché amiamo l’Italia, misurate il vostro desiderio. Noi ci separiamo, o fratelli: ma i nostri cuori rimangono sempre stretti nel voto ITALIA UNA INDIPENDENTE E LIBERA…” Un linguaggio che può sembrare retorico ma che indica la passione patriottica di quei tempi di coraggio e ideali, tanto lontani dall’oggi.

La sera dello stesso 5 dicembre Garibaldi accettava l’ospitalità dei Conti Guidi e si trasferiva nel Palazzo dell’attuale corso Comandini, mentre i suoi soldati si sistemavano nei locali del Conservatorio delle Pericolanti, nella vicina via del Serraglio.

La sera di giovedì 7, la banda cittadina, seguita da folta folla, andò a suonare sotto le finestre di Palazzo Guidi e il Generale, uscito sul balcone, tenne un appassionato discorso in cui criticò fortemente papa Pio IX e il generale Carlo Zucchi (ex patriota, divenuto ministro delle Armi di Pio IX), auspicando una costituente per l’indipendenza italiana.

Il pomeriggio di venerdì 8 dicembre, Garibaldi lasciava Cesena mentre il suo esercito si acquartierava a Sant’Agostino. Terminava così l’unico soggiorno del Generale nella nostra città. Altre volte transitò per Cesena ma solo per brevi passaggi nel corso del 1859, allorchè sembrava imminente un’azione di conquista delle Marche. La prima volta fu nel pomeriggio del 17 settembre, una breve sosta per cambiare i cavalli della carrozza, mentre era diretto a Rimini ma, ugualmente, la notizia si sparse in fretta in città e si radunò una folla per salutarlo.

Nell’ottobre 1859 passò quattro volte, sempre per breve tempo, l’ultima, nella notte di domenica 23, intorno alla mezzanotte, per mandare dispacci dalla sede del telegrafo.

Infine transitò due volte nel novembre dello stesso anno: l’8 proveniente da Torino dove il re Vittorio Emanuele II l’aveva chiamato per trattenerlo dal tentativo di varcare il confine con le Marche e tre giorni dopo, l’11, di ritorno da Rimini, dopo essersi ritirato dall’esercito regolare per essere più libero e preparare quella “Spedizione dei Mille” a cui partecipò anche il cesenate Giacomo Comandini che ci ha lasciato un diario di quell’esperienza ora conservato nella Biblioteca Comandini in Malatestiana e pubblicato nel 2007 a cura del Comune di Cesena.

A Garibaldi venne intitolato quel caffè che era sotto i portici dell’attuale via Zeffirino Re (ora ci sono negozi di abbigliamento e valige) dove è rimasto, su una mensola in alto, un colorato busto del Generale che era dentro il locale.

Altro bel busto, realizzato dallo scultore Tullo Golfarelli, si trova poco lontano, sotto il grande Loggiato del Comune. 

Ma non possiamo non raccontare il tragico episodio avvenuto nel pur breve contesto del passaggio delle truppe garibaldine a Cesena, un clamoroso duello al fucile tra due ufficiali, il maggiore Tommaso Risso e il capitano Giuseppe Ramorino, entrambi appassionati patrioti e valorosi soldati che avevano accompagnato Garibaldi in numerose imprese, a partire da quella Legione italiana che aveva combattuto nell’America meridionale per la difesa di Montevideo. Non si conoscono i motivi dell’alterco durante il quale Risso colpì con un colto di frusta Ramorino che lo sfidò a duello.

Sul mezzogiorno di sabato 9 dicembre, Risso e Ramorino uscirono da Porta Romana (Porta Santi) e si incamminarono, con i loro padrini e alcuni testimoni, verso il luogo scelto per il duello al fucile, sul colle della Basilica del Monte, in località Gessi.

Lì giunti e posizionatisi alla distanza di 70 passi, venne tirata in aria una moneta che decretò che il primo a sparare sarebbe stato il Risso che (la tensione emotiva, forse? o il rifiuto di colpire il compagno di tante battaglie?) mancò il bersaglio. Ramorino, invece, fu più freddo o cinico e colpì Risso, ferendolo gravemente.

Risso venne portato morente alla locanda “del Colombino” sotto i portici all’esterno di Porta Romana e, alle due di notte di domenica 10, fece testamento (notaio Francesco Bartoletti), lasciando due terzi di eredità ai nipoti e alla madre ed un terzo diviso tra una signora di Montevideo (Peppa Sancia) che l’aveva assistito mentre era ferito ed una giovane (Rosina Titta) perché orfana. Una decisione che denota la sensibilità del giovane. Poco prima delle sei, esalò l’ultimo respiro, lasciando amareggiati i compagni e soprattutto addolorato l’uccisore Ramorino che, secondo la testimonianza di Zellide Fattiboni “fu visto aggirarsi pallido, abbattuto per le vie, sorretto da un amico e in tale stato da destare pietà quasi più che l’estinto”. Giuseppe Ramorino morirà il 2 ottobre 1860, combattendo contro le truppe borboniche nei pressi del fiume Volturno, durante la “Spedizione dei Mille”.

Inizia a questo punto la vicenda complicata (e poco onorevole per il clero cesenate) delle esequie del Risso a cui, nonostante fosse credente e avesse ricevuto l’estrema unzione da un cappellano militare, dai sacerdoti cesenati venne rifiutata la sepoltura in terra consacrata. I compagni del Risso furono costretti ad invadere la vicina Chiesa di San Pietro per far celebrare da un cappellano militare (nessun sacerdote volle essere presente) una funzione religiosa a cui, peraltro, partecipò grande folla di Cesenati, commossi per la fine di quel giovane coraggioso e sfortunato.

La stessa grande folla di Garibaldini, popolo cesenate e banda cittadina che, il giorno dopo, lunedì 11, accompagnò la salma al Cimitero dove venne tumulata nell’arcata n.48 (proprietà della famiglia Geoffroy). Subito dopo la Legione garibaldina lasciava Cesena per dirigersi verso Roma. Le traversie di ciò che restava del Risso non erano finite perché l’autorità ecclesiastica “mandò occultamente a dissotterrare la povera salma ed a gettarla nel luogo non sacro, destinato ai morti fuori dal grembo della chiesa” (articolo del “Cittadino” dell’11 dicembre 1898 da cui traiamo gran parte delle informazioni di questo testo).

Fortunatamente qualche tempo dopo, allorchè la famiglia volle dargli adeguata sepoltura, il corpo venne ritrovato (e riconosciuto dagli stivali) in una cassa di quercia nel campo non sacro e potè essere sepolto in una arcata del nostro Cimitero monumentale dove si trova tutt’ora, abbellita da un busto del Risso realizzato dallo scultore genovese Santo Saccomanno. Nelle sue “Memorie” Garibaldi invitò Cesena a non dimenticare quel valoroso e, sopra la tomba, possiamo leggere una lapide posta dal Municipio nel 1951 in cui si dichiara che Cesena “corrispondendo all’accorata invocazione di Giuseppe Garibaldi serba con amore i resti mortali di Tommaso Risso e lo ricorda ai suoi concittadini coll’affetto e la stima che meritava”.

E, infatti, la visita alla sua tomba non è mai mancata nelle “passeggiate patrimoniali” da me organizzate nel nostro Cimitero monumentale.

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Una risposta

  1. RENEE RAVEU ha detto:

    Battistina Ravello qui a eu une fille de G. Garibaldi, est de notre famille.

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