Gli occhi della civetta

Buon giorno amiche e amici! Resistiamo! Oggi Vi propongo:

Se, procedendo verso il centro di Cesena, arrivati in cima all’arcata centrale del Ponte Vecchio, vi capiterà di alzare lo sguardo verso il colle Garampo, proprio davanti a voi potrete vedere, nell’alto muro che rimane delle antiche fortificazioni, due grandi aperture ovali affiancate che sembrano occhi che vi osservano.

La fantasia popolare li ha definiti gli “occhi della civetta”, collocati lassù come a sorvegliare la città. Si tratta di quel che rimane del camminamento sopraelevato di ronda che faceva parte della Rocca Vecchia di cui rimane il tratto di ponente, tra i resti della torre dell’Imperatore e la porta Montanara.

La Rocca Antica, documentata per la prima volta nel 1294 ma esistente da tempo, fu inglobata in una nuova fortificazione detta Murata al tempo di Francesco Ordelaffi, signore di Cesena dal 1334 al 1357, per poi essere collegata con l’attuale Rocca (detta Nuova) in età malatestiana.

La Rocca Antica fu per alcuni secoli lo scenario delle principali vicende politico-militari di Cesena e, forse, da quelle arcate si affacciò Marzia (Cia) degli Ubaldini quando, con straordinario coraggio, difese la Rocca dall’assalto delle truppe del papa guidate dal cardinale Egidio Albornoz, nell’aprile dell’anno 1357.

Quegli stessi “occhi” dovettero assistere sgomenti al cosiddetto “sacco dei Bretoni” la terribile strage compiuta dalle truppe al servizio del cardinale Roberto da Ginevra, legato pontificio al servizio di papa Gregorio XI e futuro antipapa col nome di Clemente VII.

Per preparare il ritorno del papato da Avignone a Roma, Roberto da Ginevra stava riconquistando le città dello Stato Pontificio che si erano rese autonome. All’interno della guerra che venne chiamata “degli Otto Santi”, nell’inverno tra il 1376 e il 1377,  le truppe di Roberto da Ginevra erano accampate a Cesena, con grande pena per gli abitanti.

Quando i Cesenati reagirono alle angherie dei Bretoni, il cardinale comandò al condottiero John Hawkwood (quel Giovanni Acuto affrescato a cavallo nel capolavoro di Paolo Uccello nel Duomo di Firenze) la disumana vendetta: dal 3 febbraio 1377, paer alcuni giorni, le strade della città vennero allagate dal sangue di  migliaia di uomini, donne e bambini, come vediamo in una stampa di Lodovico Pogliaghi. Uccisioni, stupri, violenze, rapine, fu la più sanguinosa tragedia vissuta dalla nostra città e una delle stragi più tremende nella storia d’Italia. Cesena fu per qualche tempo una città morta.

Dalle ceneri di quel disastro, tuttavia, la città presto rinacque allorchè papa Urbano VI affidò Cesena al governo di Galeotto Malatesta (che aveva pagato 60.000 ducati per convincere i Bretoni a lasciare la città), dando inizio alla prospera età Malatestiana, anni di ripopolamento e di grandi opere (basti pensare alla Biblioteca Malatestiana con i suoi preziosi codici, alla possente Rocca Nuova, alla Cattedrale, al convento dell’Osservanza…) ancor oggi prestigio e ricchezza artistica per la città.

Quegli “occhi” dovettero, secoli dopo, guardare divertiti le gare di gioco del pallone col bracciale che si svolgevano nel vicino sferisterio.

A quelle gare, all’inizio del 1900, partecipò anche Renato Serra che così ne scrisse (e le parole sono incise in una lapide sulla murata):…nel gioco del pallone solitario in cima al colle della Rocca le percosse secche dei tamburelli si rispondono fino a tarda sera, e la palla vola più pronta nell’aria di settembre che è più fina; la gioia fisica, la sola gioia verace ch’io mi conosca…

Durante l’ultima guerra, invece, un’altra terribile mattanza: il 4 settembre 1944, su una parete dello sferisterio (oggi c’è una lapide a ricordarlo), venivano fucilati dai fascisti otto partigiani impegnati a lottare per la libertà.

Oggi, in questo tempo (speriamo breve) di coronavirus, immagino che gli “occhi della civetta” guardino sorpresi le vie di Cesena improvvisamente semideserte.

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