“Il Campino”, una storia cesenate

 

di Luigi Di Placido

Mi sono trasferito nella zona di “Porta Trova” nel 1976. Avevo 10 anni. Era città, ma quasi non sembrava, tanti erano ancora i campi presenti. Uno di questi era “il campino”, chiamato anche “campo dei siciliani” per via del fatto che la proprietà era di una numerosa famiglia originaria dell’isola. Io abitavo proprio davanti a quella distesa di piante, praticamente incolte. In quello spazio nacque anche l’asilo nido che ancora oggi accoglie bimbe e bimbi, in Via Rasi Spinelli.

L’area del Campino negli anni ’60

Sotto l’asilo, in un piccolo dislivello, c’era quel campo incolto pieno di erbacce talmente alte che ci si giocava a nascondino. C’era il Bar Riccardo, con la simpatia romagnola un po’ burbera dei titolari, frequentatissimo. Le “fornaci” (così veniva chiamata quella zona dietro la chiesa di San Bartolo) erano un pullulare di bambini, ragazzi, adulti, un microcosmo nel quale la voglia di stare insieme si manifestava con evidenza. Forse fu proprio questo uno dei motori che portò alla nascita del “campino”: dare vita ad un simbolo ben visibile di quella voglia di socialità, di quella capacità di stare insieme, di quella vocazione al ritrovo.

 

Quel campo incolto, sotto l’asilo, doveva diventare il simbolo di persone che stavano bene insieme. Ricordo tanti ragazzi tra gli ospiti del Don Baronio, a due passi dal bar e dal campino, segnati da esperienze personali e famigliari dolorose, che diventavano parte del nostro gruppo di bambini/ragazzi, nel quale si dimenticavano provenienze e barriere sociali. Fu in quegli anni che quel campo incolto pieno di erbacce cominciò a diventare un capientissimo contenitore di ricordi, come testimoniano i tanti che ancora oggi non hanno dimenticato come e quando la loro vita ha incrociato quel pezzo di terra. Quel campo incolto diventò un campo da calcio, un piccolo campo da calcio, come dichiara esplicitamente il nome che gli venne assegnato.

 

Ho ricordi indelebili della frenesia, del coinvolgimento, dell’emozione che riempì quel periodo: l’eliminazione delle erbacce, il trattore che passava con una vecchia ringhiera attaccata dietro per spianare il terreno, noi bambini più piccoli assegnati alla raccolta delle pietre più grosse emerse a seguito del lavoro della terra. Poi le porte, e le reti. Poi le righe.

Era nato “il campino”.

Da allora le fornaci divennero una calamita naturale dell’umanità più varia: può sembrare incredibile, ma un campetto da calcio divenne spesso il palcoscenico di giornate memorabili, partecipate da un numero impressionante di persone, capace di suscitare sentimenti anche forti, di far litigare, di far gioire. Lì vicino c’era un altro famoso campetto, quello di Serravalle: anch’io l’ho frequentato tante volte (c’erano i tornei di calcio della parrocchia di San Bartolo), ma non c’è mai stata gara. Sono sicuramente di parte, ma il campino era il simbolo popolare per eccellenza.

 

Quel campo divenne il punto di riferimento dei bambini della zona, ma presto allargò la sua “influenza” a tutta la città. Per anni, qualsiasi fossero le condizioni atmosferiche, il nostro gruppo di ragazzi sentiva il bisogno di giocare una partita. I più vicini venivano direttamente cambiati da casa, quelli più lontani usavano come spogliatoio la “casa vecchia”, una vecchia casa colonica semi-diroccata nelle vicinanze del campo. Per il ristoro pre e post partita il Bar Primavera (che nel frattempo aveva cambiato nome e gestione, passata da Riccardo a Pino e Luciana, e che aveva consegnato a me e ai miei amici la denominazione di “i ragazzi del Bar primavera”) campeggiava al termine della salita che dal campo portava a Via Fornaci. Neanche le peggiori condizioni atmosferiche ci potevano fermare: ricordo di partite giocate indossando i sacchi neri grandi dell’immondizia, così da cercare di evitare punizioni esemplari al ritorno a casa; oppure l’utilizzo di una pompa esterna nel giardino di casa di un amico per sgrossare il fango prima di ripresentarsi al cospetto dei genitori.

 

Il problema nasceva nei giorni successivi, perché il campo, utilizzato in condizioni di scarsa praticabilità, si seccava assumendo le sembianze di un insieme di buche che sollecitavano i riflessi e aiutavano a giustificare gli errori. Anche le scuole superiori cominciarono a giocare i loro tornei al campino: si giocava a calcio, ma si approfittava anche più prosaicamente della presenza della componente femminile delle classi coinvolte nella sfida per nuove amicizie e approcci amorosi. La storia di questi tornei è piena di promesse sfiorite, sorprendenti abilità, uniche segnature di una breve carriera calcistica, sfottò trasferiti anche nelle aule scolastiche.

Il campino era ormai talmente frequentato, che venne appositamente istituito un calendario all’interno del Bar Primavera, nel quale segnare la propria prenotazione. Ovviamente gli indigeni esercitavano una sorta di diritto di prelazione, dettato anche dal prendersi cura del campo di gioco, ma soprattutto motivato dal sentirlo talmente loro che chiunque altro lo occupava solo per una sorta di gentile concessione.

L’apice del suo successo, il campino lo raggiunse con i tornei dei bar.

 

Oggi può essere difficile, per chi non ha vissuto quei momenti, capire il clima, la partecipazione, il coinvolgimento. L’iscrizione delle squadre, le riunioni al Bar Primavera per il regolamento e il sorteggio dei gironi, interi weekend riempiti di partite. Le mura che costeggiavano il campino strapiene di persone, così come la piccola collinetta che separava il campo dall’asilo, così come lo spazio a ridosso di Via Mulini, nel quale era stata nel frattempo tombinata “la Giula”, il corso d’acqua dal quale per anni palloni di vario genere e colore vennero inghiottiti senza ritorno. Centinaia di persone ad assistere, un clima il cui ricordo ancora mi emoziona, avendo avuto io la fortuna di partecipare come giocatore a molti di quei tornei, con alterne fortune.

Eravamo la squadra del Bar Primavera, poco più che ragazzini, ed affrontavamo vere e proprie corazzate, spesso piene di ex calciatori o calciatori di buon livello. Come dimenticare le squadre del Bar Wilson, del Bar Canocia, del Bar di Campanini…come dimenticare quelle divise vintage oggi improponibili.

C’era Raffele, arbitro inflessibile e arcigno, nei confronti del quale la protesta era fortemente sconsigliata. C’era Giovanni, detto “turbina”, veterano di tante battaglie, libero di ruolo e con la caratteristica di colpire di testa ogni pallone, indipendentemente dal suo peso. C’era Vittorio, portiere con trascorsi anche in serie C, con tutta la sua eleganza e la sua spettacolarità. C’era “trumbìn”, giovane promessa del calcio cesenate, famoso per le sue instancabili sgroppate sulla fascia.

L’indimenticabile Giovanni Golinucci, detto “turbina”

Ma, soprattutto, c’era tanta gente, in un clima di festa paesana che ha segnato la mia giovinezza, e del quale ringrazierò sempre quel campino. Gli amici con i quali giocavo allora, sono gli amici di adesso. Allora si prendeva a prestito il ciao (famoso motorino dell’epoca, nonno degli attuali scooter) e si faceva il giro dei campanelli per sondare le disponibilità alla partita quotidiana; oppure, ci si armava di gettoni, e dal telefono pubblico del bar si procedeva con le convocazioni.

Oggi ci si scrive con whatsapp, si partecipa alle chat, ci si vede tramite il piccolo schermo di un cellulare. Più comodo, certamente, ma senza che la comodità tolga nulla alla bellezza di quei ricordi. Da tanti anni non abito più alle Fornaci, e oggi al posto del campino ci sono delle palazzine. Non c’è più neanche il Bar Primavera. Sarei un bugiardo se negassi che, ogni volta che passo da quelle parti, mi coglie l’emozione per tutti gli attimi vissuti nella tipica spensieratezza giovanile. Nel mio caso (ma credo anche per tanti altri), un pezzo di terra ha significato tanto, veramente tanto.

Grazie campino.

 

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7 risposte

  1. Marco ha detto:

    Spettacolo puro!
    Ci facemmo il torneo di ragioneria. Chiaramente con il benestare dei ragazzi del bar Primavera (i “custodi” del campo). Io, Elio agostini, Paolo di Masi, Massimo Rossi ed altri della mitica 5 F facevamo gli arbitri delle gare. Spesso le squadre si presentavano con pochi giocatori e ci toccava scendere anche in campo per far disputare comunque la partita.
    Anni 86/87.
    Certi freddi!

    Marco Santini

  2. Golinucci Guerry ha detto:

    TROPPI RICORDI
    TANTA NOSTALGIA
    POI VEDERE MIO FRATELLO GIOVANNI ..TURBENA…È PROPRIO INCREDIBILE
    HO UN PO DI GROPPO
    PERÒ BELLISSIMO ARTICOLO È BELLE FOTO
    COMPLIMENTI…GRAZIE….GRAZIE….GRAZIE

  3. Anselmo ha detto:

    Grazie Luigi,
    articolo meraviglioso con foto mitiche. Ho lasciato il crociato destro in questo campetto, però è bellissimo ricordare quei tempi.
    Grazie mille!

  4. Stefano ha detto:

    Me lo ricordo bene, lo chiamavano anche campo dei siciliani per via di una famiglia che aveva una casa lì attaccata, ma allora già diroccata…

  5. Giampiero Battistini ha detto:

    Grande Luigi. Sono parte di questo ricordo essendo il figlio di Pino e Luciana. Voi Ragazzi del Bar Primavera siete stati miei fratelli maggiori dato che i miei genitori vi consideravano come figli. Mi sono commosso. Come si è commossa Luciana e come sicuramente si è commosso Pino da lassù….Grazie.

  6. Anonimo ha detto:

    Grande Luigi. Nell’anno scolastico 1972-73 frequentai San Bartolo, calamitato dai miei compagni di classe delle scuole medie Marco Battistini e Moreno Corbara, che ci leggono ora da lassù. Memorabili le partite al campino, che io associo a un altro compagno di classe, di cui ho perduto ogni traccia: Gallo Franchini, portiere strepitoso. Io ero sovrappeso. Con lo sviluppo mi asciugai l’anno dopo, diventando più lungo e più stretto. Avevo un buon sinistro ma gigioneggiavo. Giocavamo quando si liberava il campo, e i grandi se ne andavano. Molti in jeans, chi addirittura con i mocassini. Abbiamo fatto anche dei due contro due incredibili, tra la polvere e il manto scosceso del campino. La palla troppo spesso volava oltre la rete di recinzione. Tra i sanbartolesi il più forte era Maccio Pasolini e in porta, insieme a Gallo, dall’altra parte c’era l’acrobatico Palombini. Eravamo una nidiata del ’61. Io tenevo già l’Inter e Mazzola sopra tutti. Avevamo vinto lo scudetto nel ’71, allenatore Invernizzi, con Bonimba centravanti.

  7. Sigfrido ha detto:

    Fantastico Luigi, io abitavo in via chiaramonti, il primo torno si disputo in 1980: 8 squadre divise in due gruppi, tutto organizzato nel bar Primavera che per occasione giocava con la maglia della Roma: e che sacrificio per farcele comprare dai gestori del bar, erano due partite al sabato e due alla domenica, passati gli anni rimangono fantastici ricordi e nelle tue lettere sembra ieri, quel campionato lo vinse le Fornaci sul San Bartolo, di tornei se ne facevano tre quattro ogni anno

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