Il “Teatro d’Italia” di Alberto Sughi e altre opere

Buona domenica , care amiche e cari amici! Oggi Vi propongo alcune opere di uno dei principali maestri d’Arte nati nella nostra città:

Quanti tra coloro che entrano nella sede centrale della ex Cassa di Risparmio, ora Credite Agricole (bollette da pagare, bonifici, conti da far quadrare…) si fermano ad osservare la grande tela (cm.360×250) appesa alla parete di un corridoio sulla sinistra?

“Teatro d’Italia” è il titolo di quest’opera di Alberto Sughi, datata 1984, uno dei dipinti contenutisticamente più interessanti e di maggiore forza espressiva conservati in città.

Sughi nasce a Cesena nel 1927 e inizia a dipingere in sodalizio con altri due artisti cesenati, Luciano Caldari e Giovanni Cappelli a cui lo legava una sintonia stilistica ed esistenziale. Dopo un soggiorno a Torino si trasferisce a Roma dove risiede fino alla morte, avvenuta a Bologna nel 2012.

Ebbi la fortuna di visitare lo studio di Alberto Sughi a Roma, insieme ad alcuni amici cesenati e di scambiare qualche dialogo con il maestro a cena, in una trattoria in cui ci aveva invitato. Ricordo una persona schiva eppure cordiale e generosa, dai modi semplici che, tuttavia, facevano intuire un’interiorità complessa e profonda. Nelle sue tele troviamo spesso raffigurata la condizione dell’uomo contemporaneo, la solitudine esistenziale, la tristezza, l’impossibilità di comunicare a livello profondo, nonostante la vicinanza con gli altri.

In “Teatro d’Italia” troviamo questi aspetti di difficoltà di vivere e isolamento esistenziale in un contesto politico e sociale più ampio in cui ci appare lo spettacolo desolante del nostro paese e delle sue classi dirigenti. Avanza in primo piano, verso lo spettatore, un magistrato in toga rossa, dal volto ieratico e non sappiamo se viene a portare giustizia o, piuttosto, fugge disperato da una situazione a cui non è in grado di porre rimedio, come se la giustizia abbandonasse il nostro paese. Dietro di lui stanno uomini in abiti eleganti che rappresentano le classi dirigenti e tra loro possiamo individuare alcuni dei protagonisti della vita politica ed economica di quegli anni, come Giovanni Agnelli e Gianni De Michelis, al tempo rampante ministro socialista.

 

Sullo stesso lato: un cardinale, due matrone chiuse nella loro altezzosa eleganza, un’altra donna con un vestito rosso molto scollato che mostra il seno cadente. Dall’altra parte, una donna dal profilo scultoreo abbraccia un giovane clown e due figure dai volti scavati. Infine, sulla destra, alcuni parlamentari seduti nei loro scranni, come a mostrare l’impotenza della politica: chi dorme, chi si gira, chi (Enrico Berlinguer) osserva perplesso la scena.

Tutte le figure sembrano concentrate nei loro pensieri, isolate nel loro individualismo. Gli unici personaggi che mostrano uno slancio vitale sono due ballerini che danzano e sembrano cercarsi ma non sappiamo se mai riusciranno ad unirsi. Sullo fondo cupo si staglia il Colosseo, immagine lontana dell’antica grandezza di Roma che allude, forse, alla perduta “Grande Bellezza” dell’Italia, un messaggio che richiama il bel film di Sorrentino.

Una “rappresentazione dove le speranze e le paure, il potere e la solitudine, l’amore e il vuoto si intrecciano” come ebbe a dire lo stesso Sughi. “Teatro d’Italia” è un’opera che suscita domande piuttosto che fornire risposte e sollecita lo spettatore a riflettere sui problemi del nostro paese la cui condizione, a quasi quarant’anni dall’esecuzione del quadro, appare ancor più desolata, anche perché le classi dirigenti mostrano tutta la loro mediocrità.

Una straordinaria opera polemica e profetica in cui l’Arte mostra grande capacità di trasmettere emozioni e di intuire il futuro. Nel “Teatro d’Italia” va in scena il dramma perenne del nostro paese.

Altre suggestive opere di Sughi sono visibili in vari luoghi della nostra città.

Su una parete del bar di Porta Trova c’è un affresco che rappresenta, in modo un poco immaginifico, Cesena.

Nella sala riunioni della sede del Partito Democratico è conservata un’ampia opera che risale agli anni giovanili dell’artista e raffigura le lotte per la democrazia e l’emancipazione sociale delle classi popolari, in un tripudio di bandiere rosse.

Una raffigurazione se vogliamo ingenua, retoricamente ideologizzante, lontana dagli sviluppi successivi della sua arte ma indicativa di ideali che credo siano rimasti inalterati.

Un’opera più matura, un affresco di ampie dimensioni, notevole per i temi affrontati e la qualità della pittura si trova sulla parete di fondo della sala riunioni della Camera del Lavoro, inaugurata il 30 settembre 1989. E’ costituito da cinque scene in cui mi pare che il tema prevalente sia la contrapposizione tra la mediocrità e piccolezza umana e la bellezza e grandiosità della natura e dell’arte.

 

In un riquadro vediamo un uomo seduto in poltrona, imprigionato in una camicia di forza, in un altro tre personaggi che mangiano in piedi (ah! Le cene a buffet!), senza comunicare e, nel terzo, un uomo elegantemente vestito, seduto su una preziosa poltrona rossa (simbolo di potere?) ma privo della testa e oggetto della curiosità affettuosa di un cane (un’ancora di salvezza?). Queste tre scene sono intervallate da riquadri che rappresentano un bello squarcio di mare il primo e, il secondo, un cavalletto su cui è una tela, alcuni tubetti e un pennello, un vaso di fiori rossi e, sullo sfondo, alberi e un cielo dai bei colori giallo e azzurro. Come se, alla fine della sequenza di immagini inquietanti e problematiche, venisse indicata, come unica via di fuga dalla solitudine alienante di rapporti sociali insignificanti, la contemplazione della bellezza e grandiosità della natura, soprattutto attraverso l’arte.

Nella monografia “Alberto Sughi” da lui curata in occasione di una importante mostra tenutasi in Malatestiana nel 2007, Vittorio Sgarbi dà alla presentazione l’efficace titolo “Le solitudini di Sughi” e scrive: “Sughi elabora così un radicale realismo esistenziale…Il mondo è popolato di fantasmi…Così appare l’umanità a Sughi, condannata ad una solitudine irrimediabile… Nei suoi notturni, uomini e donne, quasi statue di gesso o di cera, saranno per sempre fantasmi. Ci sarà sempre un “Bar del crocevia” dove una donna sola attende ad un tavolo e un uomo con le valige si avvia a partire per una destinazione ignota. E’ il mondo di Sughi: uomini e donne che non sanno per quale ragione vivere. E che, comunque, esistono. La loro solitudine è la stessa del pittore. Ed è anche la nostra.”

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