La Biblioteca Malatestiana

La Biblioteca Malatestiana forse non sarebbe mai nata senza la figura di un illuminato mecenate, Domenico Malatesta (1418 – 1465), che nel 1433, quando diventò cavaliere palatino nonché signore di Cesena, decise di assumere il soprannome “Novello”. Il giovane signore aveva un sogno: quello di diffondere la cultura umanistica nella sua città, nonché quello di dare lustro e gloria alla propria famiglia attraverso le arti. Si trattava, in sostanza, di quanto suo fratello Sigismondo (1417 – 1468) si accingeva a fare, esattamente nello stesso periodo, con il Tempio Malatestiano di Rimini.

E proprio nel 1450, l’anno in cui il tempio riminese veniva consacrato, a Cesena Malatesta Novello iniziava a interessarsi ai progetti dei frati del convento di San Francesco, che circa tre anni prima avevano potuto finalmente dare il via ai lavori per un edificio che potesse conservare i volumi raccolti in oltre duecento anni di presenza a Cesena. Nel 1445 infatti il papa Eugenio IV aveva concesso ai frati che un lascito da loro ottenuto, e che doveva servire per costruire una cappella all’interno del convento, fosse invece destinato alla costruzione di una biblioteca.

Nel 1448 si registrava la presenza in città dell’architetto Matteo Nuti, che qualche anno dopo avrebbe posto il proprio nome sull’iscrizione che ricorda la data della fine dei lavori: possiamo dunque ipotizzare, pur senza certezze, che la costruzione dell’edificio fosse iniziata proprio attorno al 1448. Ma senza aver riscontri oggettivi, c’è invece chi pensa che i lavori cominciarono nel 1450, quando si fece tangibile l’interesse di Malatesta Novello: quell’anno, il signore donò ai frati codici per un valore complessivo di cinquecento fiorini, una somma ragguardevole per una donazione che, di fatto, sanciva l’ingresso di Malatesta Novello nell’impresa.

Il progetto dell’edificio fu affidato, come anticipato, a Matteo Nuti, e i lavori furono seguiti sia dai frati sia dal signore di Cesena: ancora oggi, aggirandoci per la Biblioteca, possiamo riscontrare le due anime, quella della tradizione conventuale e quella della cultura umanistica malatestiana. Sono due anime che ravvisiamo in particolar modo nelle scelte stilistiche. Ci vollero appena due anni per terminare la grande aula della Biblioteca, i cui lavori si conclusero nel 1452, e un altro biennio occorse per sistemare i volumi: il 15 agosto del 1454, come ricorda anche la data impressa sul portone ligneo realizzato dall’artista Cristoforo da San Giovanni in Persiceto, la Biblioteca Malatestiana fu solennemente inaugurata e aperta al pubblico.

Sì, perché studi condotti verso la metà del Novecento hanno scoperto che la Biblioteca Malatestiana è una delle biblioteche civiche più antiche del mondo (c’è anche chi la considera la prima biblioteca civica in assoluto): gli studiosi del tempo potevano quindi recarsi presso l’istituto per chiedere in prestito i suoi volumi. Esistono inoltre documenti che ci testimoniano il fatto che il Comune di Cesena, soprattutto quando Malatesta Novello fu in vita, esercitò un controllo serrato su tutto ciò che accadeva all’interno della biblioteca:

venivano curate le collezioni librarie, ci si interessava del loro ampliamento, si controllavano i prestiti, si verificava periodicamente che non mancassero libri, e veniva scelto il custode, la cui nomina era di spettanza del consiglio comunale. Malatesta Novello aveva infatti disposto, in modo incredibilmente moderno, che il Comune si occupasse, assieme ai monaci, della cura della biblioteca. Il signore, del resto, teneva parecchio all’istituto, tanto che ben presto alla biblioteca si affiancò, per suo volere, un laboratorio di copia: gli amanuensi attivi a Cesena, in circa vent’anni di attività (poi si sarebbero diffusi i libri stampati) produssero centoventi codici.

La grande cultura umanistica di Malatesta Novello si percepisce persino da come sono stati organizzati gli spazi all’interno dell’aula, oggi nota come aula del Nuti, dal nome dell’architetto che la progettò. Quest’ultimo studiò, probabilmente rifacendosi all’opera di Leon Battista Alberti (in particolare al De re aedificatoria), un ambiente suddiviso in tre navate, come se fosse una chiesa, coprendole con volte a crociera (le navate laterali) e con una volta a botte (la centrale). L’ambiente si ispirava alla prima biblioteca rinascimentale, quella progettata da Michelozzo nel 1444 per il convento di San Marco a Firenze, e doveva suggerire, secondo i principi albertiani, armonia ed equilibrio:

Biblioteca del convento di San Marco a Firenze

con gli spazi scanditi, in rapporti geometrici sempre costanti, dalle eleganti colonne in pietra scanalate, Matteo Nuti riuscì a creare un’aula raffinata che ben rispondeva alle esigenze dei lettori. L’illuminazione, per le navate laterali, è garantita da una fitta serie di finestrelle ad arco acuto, due per ogni campata, che fanno penetrare la luce del sole e illuminano il ripiano di lettura dei plutei, i banchi in legno (di pino, nel nostro caso) sui quali il lettore prendeva posto e ai quali erano assicurati i volumi, mediante catenelle che avevano la funzione di impedire che i libri venissero asportati dalla Biblioteca, o che venissero semplicemente scambiati di posto, costringendo i monaci a doverli ricollocare.

Ancora oggi è possibile vedere gli antichi volumi della Biblioteca Malatestiana là dove erano conservati in origine: la Libraria Domini, come era nota in antico la Biblioteca Malatestiana (significa “Libreria del Signore”: e il Dominus in questione non è il “Signore” inteso come Dio, ma è Malatesta Novello) è infatti l’unica biblioteca monastica-umanistica al mondo a essersi conservata intatta sia nell’edificio, sia negli arredi, sia nella collezione libraria. Sulla parete di fondo si apre un oculo, di gusto gotico, che illumina invece la navata centrale, priva di plutei in quanto doveva permettere l’accesso ai banchi delle navate laterali.

Abbondano, come è lecito aspettarsi, i simboli della dinastia dei Malatesta. Il portale d’ingresso, in pietra locale, ci accoglie con l’elefante, uno dei simboli malatestiani per eccellenza, accompagnato dal cartiglio che recita il motto Elephas indicus culices non timet, “l’elefante indiano non teme le zanzare”, a significare che le persone magnanime non si curano dei fastidi recati dalle persone piccole.

A fianco del portale, una lapide immortala il nome dell’architetto, che forse un po’ immodestamente si paragonava al mitico Dedalo, costruttore del Labirinto di Creta: “MCCCCLII Matheus Nutius Fanensi ex urbe creatus Dedalus alter opus tantum deduxit ad unguem”, ovvero “Nell’anno 1452 Matteo Nuti, nato nella città di Fano, come un nuovo Dedalo portò a compimento un’opera tanto grande”.

Sul pavimento e sull’architrave del portale, un’ulteriore lapide ricorda il nome di colui che donò la Biblioteca alla comunità: “Mal. Nov. Pan. Fil. Mal. Nep. Dedit”, ovvero “Malatesta Novello, figlio di Pandolfo e nipote di Malatesta, donò”.

Ovunque vediamo i simboli della famiglia, di cui avevamo già parlato nell’articolo dedicato al Tempio Malatestiano, come l’impresa delle tre teste, oppure la rosa canina (diverse rose a quattro petali, anch’esse di gusto gotico, decorano la porta in legno), e ricorre spesso l’impresa dello steccato, che era propria dei Malatesta di Cesena: dal momento che ricorda un’armatura, lo steccato era simbolo di forza, ma nella Biblioteca è diffuso anche in quanto i suoi colori originari (il bianco, il rosso e il verde, ovvero i colori delle virtù teologali) sono gli stessi della Biblioteca, vale a dire il bianco delle colonne, il rosso del cotto utilizzato per la pavimentazione, e il verde delle pareti e del soffitto.

Anche l’antica dotazione libraria che Malatesta Novello volle assegnare alla sua Libraria riflette la sua cultura umanistica: accanto ai libri dei padri della Chiesa (ci troviamo, del resto, in una biblioteca monastica), troviamo libri di storia, materia di cui il signore fu un grande appassionato, autori classici greci e latini (Plinio, Plutarco, Tito Livio, Cicerone), codici ebraici, opere di umanisti contemporanei. Grazie all’impegno di Malatesta Novello, al lungimirante doppio controllo comunale e conventuale, e alla grande cura che i cesenati hanno profuso nel mantenimento della Biblioteca, possiamo dire che il sogno rinascimentale e umanistico del signore e della sua città non solo si realizzò pienamente, ma continua ancor oggi a conservarsi intatto per comunicare, al mondo intero, quanto è importante la cultura e quanto è importante mantenerla viva.

La Biblioteca oggi fa parte del Registro Unesco della Memoria del Mondo, il programma che tutela gli archivi storici, ed è visitabile (benché non ci si possa trattenere tra i plutei): non appena si varca la porta ancora originaria dell’aula del Nuti, si spalanca davanti a noi una vera meraviglia e ci sorprende un’insolita emozione non soltanto perché ci troviamo in un ambiente storico perfettamente conservato nei suoi minimi dettagli, avvolti dalla stessa luce che illuminava anticamente l’aula, ma possiamo inoltre saggiare l’amore dei cesenati per la loro città, prendendo consapevolezza che la cultura significa anche memoria del nostro passato da cui è possibile trarre esempi per guidare il nostro futuro.

Tratto da: “Finestre sull’Arte” di Federico Giannini e Ilaria Baratta

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