La fiera di S. Giovanni a Cesena

 

Piazza del Popolo 8 dic 1910bbb

di Dino Pieri

Il forestiero che la mattina del 24 giugno entrasse in Cesena per viale Mazzoni si troverebbe di fronte a uno spettacolo rumoroso e variopinto: ai lati della strada due file ininterrotte di bancarelle riparate da ampi tendoni, al centro un brulicar di persone che si incrociano urtandosi e camminando a stento per la gran calca.
Sull’ incessante andirivieni si innalza un suonar di pive, di trombette e di assordanti fischietti misto allo scoppio di palloncini, agli spari di pistole a salve, alle musiche provenienti dalle giostre nel piazzale antistante la chiesa di San Domenico. Le bancarelle traboccano degli oggetti più disparati: lavori in ferro battuto, biancheria, poltrone di bambù, scarpe, stoffe, vasellame, borse, chincaglierie. Nella piazza del Popolo la cinquecentesca fontana è stretta dall’ assedio di altre bancarelle stracolme di giocattoli; l’acuto odore della lavanda si mescola con l’aroma delle ghiottonerie; in capaci caldaie di rame si lavora infatti il croccante e fioriscono vaporosi pennacchi di zucchero filato. Sotto le logge del palazzo comunale è tutto uno stridere, un gracchiare, un chioccolare; trilli, fischi, squittii si levano da cataste di gabbie in cui stanno rinchiusi uccelli esotici e nostrani mentre pigre tartarughe muovono lentamente le loro corazze in una cesta ed inquiete bertucce paiono irridere la folla dei passanti.

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Né qui ha termine il rumoroso bailamme perché le bancarelle continuano in via Zeffirino Re dove si vendono tappi speciali, arrotacoltelli, apriscatole, padelle per friggere senza olio oltre a una quantità incredibile di giocattoli. Un signore travestito da indiano legge l’oroscopo; un vecchio muove con invisibili fili due minuscoli ballerini che danzano al suono di un’orchestra lillipuziana; è possibile far incidere il proprio nome su di un bicchiere ad opera di un irsuto giovanotto che tiene gli occhi al riparo di due lenti azzurrine. Piazza Almerici è costellata di piccoli banchi con oggetti di antiquariato o in rame; poco discosto una folla di grandi e piccini si assiepa attorno ad un imbonitore che con suadente favella toscana cerca di vendere i biglietti di una lotteria.

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Lo spettacolo non muta in corso Mazzini, piazza Pia, corso Sozzi: venditori che gridano, fanciulli che schiamazzano, gente che avanza adagio adagio guardando, toccando, facendo compere. Il numero delle bancarelle raggiunge, quando non supera, le trecento unità; pare di essere capitati nel paese di cuccagna. Il portale del Duomo sovrastato da un drappo rosso annuncia la solennità religiosa: la città celebra il patrono San Giovanni Battista la cui festa cade appunto il 24 giugno.

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Sappiamo, e l’informazione ci giunge da Giuliano Fantaguzzi, che il 24 giugno 1503 ai cospetto del Presidente e dei Dottori della Rota ci furono delle rappresentazioni di carattere sacro, mitologico e storico in onore di Cesare Borgia all’apogeo della sua potenza: si videro San Francesco, martiri cristiani, Giove in atto di rapire Europa e su un carro trionfale Cesare con Cleopatra circondati da uno stuolo di fanciulli e fanciulle. Lo spettacolo, a detta del cronista, commosse gli intervenuti: «E recettarne tanto bene di lor versi che pianse el presidente e li circostante de tenereza » (2).
Dagli Statuti della città di Cesena apprendiamo che nella festività del patrono, una volta terminato il cerimoniale delle visite alla chiesa episcopale da parte dei Conservatori, del Podestà e degli altri maggiorenti con relative offerte in cera e denaro, aveva luogo una corsa di cavalli barberi, cioè di branco, privi di fantino. La costumanza rimase in auge fin nella seconda metà dell’ottocento con rituale pressoché immutato. Alle dodici si estraevano i numeri per l’assegnazione dei posti alla mossa; la partenza avveniva nel tardo pomeriggio fuori Porta Romana (l’ attuale Porta Santi) e l’arrivo era fissato davanti al Palazzo del Ridotto. Apposite sentinelle controllavano tutte le imboccature delle strade lungo il percorso. Un colpo di mortaio segnalava che i cavalli iscritti dovevano essere portati alla mossa, un secondo sparo imponeva lo sgombero delle strade ed infine un terzo annunziava l’inizio della carriera. I cavalli, appartenenti a cesenati o a forestieri, erano ornati con pennacchi e cinti di spuntoni di ferro. Si faceva divieto agli spettatori, sotto pena dell’arresto immediato, di percuotere o impedire i cavalli. Il proprietario del cavallo vincitore riceveva dieci braccia di buon panno scarlatto, al secondo andava una grossa porchetta, il terzo doveva accontentarsi di un gallo. Il Guasconi nel suo poemetto fa riferimento anche a un ballo di contadini che venivano poi premiati dagli abitanti della città, ma su questa consuetudine mancano ulteriori testimonianze.

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Chi facesse un raffronto attento fra la fiera di San Giovanni quale oggi si svolge e quella che si teneva fino alla seconda guerra mondiale, si accorgerebbe che in realtà sussistono differenze. Perciò noi, quasi per tocco di magia, vogliamo dare uno sguardo a una fiera dei primi decenni del secolo.
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La prima differenza è costituita dal numero limitato delle bancarelle dislocate in un’area assai ristretta; per la gran parte sono semplici cassettine di legno che i venditori, una volta chiuse, portano a spalla fermate con una cinghia di cuoio. I giocattoli, sempre in abbondanza, sono però più modesti: ocarine, minuscoli orciuoli di terracotta (urzìni) in cui si soffia dopo averli riempiti d’ acqua ottenendo una sorta di cinguettio, topolini mec-canici, burattini, eliche multicolori in celluloide (fróll) oltre agli immancabili rossi fischietti di zucchero a forma di gallo (i fis-cìn ad San Zvan). Se siamo alle prime ore del mattino è possibile vedere contadini con cesti colmi di reste d’ aglio, rosmarino e mazzi di lavanda dalle spighe d’ un tenero viola. La profumata lavanda che sarà riposta nei cassettoni per tenere lontane le tarme dalla biancheria, ci riporta all’ antica festa dell’acqua lustrale e del battesimo pagano, alla «magica notte di San Giovanni, la grande festa del solstizio d’ estate che chiude il ciclo ascendente del sole, e insieme, un ciclo agrario» (8).
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Continuando il nostro girovagare per una fiera del tempo passato, vediamo giovani con scatoline di polvere di cavallo che gettata sulla pelle delle ragazze genera un irrefrenabile prurito: così più di una bella fa concorrenza, nel grattarsi furiosamente, alla scimmietta del venditore di unguenti. I bambini si aggirano ovunque petulanti e allegri intrufolandosi tra i passanti; la festa «ad San Zvan dal pivi» li fa sentire al centro dell’attenzione: ai giocattoli, ai dolciumi si aggiunge anche la giostra cigolante mossa a forza di braccia dal proprietario, il vecchio «Silèni» della Valdòca, con la gran barba da Mangiafuoco. Chi mentre gira riesce ad afferrare un anello penzolante dall’ alto ha il diritto di fare una corsa gratis, perciò le piccole mani si protendono ogni qualvolta si passa sotto l’anello. Quando in occasione di una fiera di San Giovanni di fine Ottocento i piccoli cesenati videro per la prima volta la giostra (era fatta girare da un cavallo seminascosto dietro una tenda) non riuscivano più a staccarsi dal nuovissimo divertimento, tanto che i genitori fecero una petizione al Sindaco e al Sotto Prefetto perché l’infernale ordigno venisse mandato via. Ora la giostra non costituisce più una novità ma i bambini vi salgono sempre numerosi con gran gioia di «Silèni» che mentre imprime il moto rotatorio ai suoi cavallucci di legno canta a voce spiegata.

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Ormai stanno calando le tenebre; il sole si è placidamente posato al di là delle colline come una rossa mongolfiera stanca di percorrere le vie del cielo. Gli ambulanti raccolgono la loro merce scambiandosi le impressioni sulle vendite della giornata mentre la prima brezza della sera disperde gli odori e rinfresca le strade arse dalla vampa diurna. Un palloncino sfuggito dalle mani di un bimbo indugia alto sulle case in una fissità irreale, poi, preso da una corrente d’ aria, trasvola sui tetti verso improbabili mete. E’ notte ma la fiera non è terminata, ce lo dice la gente che a frotte si incammina nella direzione del Giardino Pubblico. Ancor prima di giungervi ci accoglie il suono di una orchestra: là in mezzo ai neri cedri e ai tigli dall’acuto profumo si balla all’aperto. Cessato il cupo sabba che le streghe hanno danzato sui quadrivi nella magica notte di San Giovanni, ora uno stuolo di belle ragazze, quasi ninfe uscite dal folto degli alberi, volteggia leggero sull’onda della melodia. Intorno su appositi banche vivamente illuminati fanno bella mostra di sé i premi della lotteria a favore dei mutilati di guerra; al centro troneggia una nera «Balilla» a cui si rivolgono pieni di speranza gli sguardi di tutti i possessori di biglietti. Fino a mezzanotte danze, musica, esclamazioni di chi ha vinto qualche grosso premio, poi, quando dal non lontano «Campanone» giungono i dodici rintocchi, si accende la macchina dei fuochi di artificio: razzi luminosi solcano l’oscurità della notte, una pioggia di faville d’oro fiorisce nel cielo, un corridore di fuoco («Girardengo») pedala sul suo fiammeggiante corsiero. Sibili, scoppi, odore di zolfo, « e… bona nota, cl’ è finì San Zuan! » (10).

Dino Pieri, “La Piê”, luglio – agosto 1981

(2) Giuliano Fantaguzzi, Occhurentie et nove notate per me Juliano Fantaguzo cesenate, a cura di Dino Bazzocchi, Cesena, Tip. A. Bettini, 1915, p. 177.
(8) Piero Camporesi, Il paese della fame, Bologna, Il Mulino, 1978, p. 201.
(10) G. Montalti, op. cit., p. 60.

Fotografie del Fondo Fotografico Biblioteca Malatestiana

La versione integrale dell’articolo, con ulteriori approfondimenti storici, è scaricabile in pdf a questo link:

 

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