La Giostra all’Incontro di Cesena

Cesena è una città molto antica (notoriamente preromana) e vanta una storia molto più ricca di fatti, personaggi e avvenimenti di quello che normalmente gli stessi cesenati immaginano. E’ il caso della Giostra all’Incontro di Cesena, uno dei più antichi palii italiani colpito da un ingiusto oblio dopo secoli di gloria. La Giostra all’Incontro era il torneo medievale in cui due cavalieri in armatura e lancia si scontravano cercando di abbattersi, quella che rimanda a Re Artù e Lancillotto, all’Orlando furioso e all’amor cortese.

Stampa di metà ‘600 rappresentante il corteo in Piazza del Popolo; Fondo Biblioteca Malatestiana

La Giostra cesenate – per antichità, continuità e durata – spicca nel panorama italiano senza temere paragoni.  Lo attesta la copiosa documentazione conservata all’Archivio di Stato e alla Biblioteca Malatestiana di Cesena: Bolle papali, Capitoli (cioè il regolamento), cronache, documenti amministrativi, stampe, poemi. Un patrimonio di circa 2000 documenti che certifica la continuità quasi anno per anno e che ci ha tramandato dettagli stupefacenti: i nomi dei giostranti, degli scudieri, i vincitori, i padrini, la cerimonia della premiazione, la composizione del corteo ecc. . Addirittura dal ‘600 si trovano i “tabellini” degli scontri con i punti segnati da ogni cavaliere. La Giostra fu tenuta in modo sostanzialmente ininterrotto dal 1465 (allorché Papa Paolo II° la concesse alla città “in privilegio perpetuo”) al 1838, ultima al mondo in continuità dal medioevo. Si teneva in piazza Maggiore (oggi del Popolo) preceduta da un corteo storico o allegorico, e al vincitore spettavano il Palio e un premio di 25 fiorini d’oro zecchino pagati dalla Camera Apostolica. La città la considerava come una sua speciale prerogativa, un tratto distintivo, tanto da offrirla in omaggio agli ospiti di riguardo: legati papali, ambasciatori, principi, duchi o regine.

Con il passare del tempo la Giostra perse la sua natura originaria. Nata come vero e proprio esercizio militare e come strumento di affermazione personale, l’evoluzione della tecnica bellica, le nuove armi e le trasformazioni della società l’avevano resa anacronistica, uno spettacolo suggestivo ma superato.  Così quando nel 1838 un giostrante rimase ucciso in uno scontro fu sospesa e cadde nell’oblioMa per comprendere appieno l’assoluta eccezionalità di questa tradizione occorre partire dalla sua nascita e ritornare indietro nel tempo di oltre 500 anni.

Gli antecedenti e l’origine della Giostra 

Prima della Giostra anche a Cesena – come nelle altre città italiane – si tenevano palii e tornei di vario genere. La menzione più antica risale al 1316 (Annali Cesenati) e racconta di un palio corso durante una scorreria militare nel territorio forlivese: “e martedì 6 luglio, trovandosi l’esercito presso Bagnolo di Lagoduzzo, fecero correre un palio bianco in occasione della festività di San Severo, Patrono di Cesena”.

Durante tutto il ‘400 si trovano testimonianze frammentarie di palii in coincidenza con le festività cittadine: il 24 giugno per la festa del patrono San Giovanni (palio di colore verde); il 6 luglio per la festa dell’altro patrono San Severo (palio di colore bianco); il 15 agosto per la festa della Madonna del Monte (palio di colore “morello”, cioè porpora). La stessa Piazza del Popolo fu “inaugurata” nel 1401 con un torneo cavalleresco di grande sfarzo che mise di fronte 30 cavalieri al comando di Andrea Malatesta (padrone di casa) contro 32 cavalieri al comando del fratello Carlo, Signore di Rimini. Era già tempo di derby.

La Piazza Maggiore al tempo dei Malatesta – tavola di A. Dal Muto

Nel 1465 un fatto cambiò radicalmente la storia della città: Novello Malatesta, Signore di Cesena, morì senza lasciare eredi. Poiché i Malatesta governavano come semplici vicari della Chiesa (in conseguenza del famoso Sacco dei Bretoni del 1377), Papa Paolo II° decise di approfittare della situazione per riprendere il possesso diretto della città. Il 9 dicembre 1465 un esercito pontificio al comando del governatore Lorenzo Zane (il cui stemma campeggia ancora oggi nella Rocchetta di Piazza) fece il suo ingresso a Cesena. Per festeggiare l’avvenimento lo Zane fece correre una giostra (pare vinta dal cavaliere Carlo Ingrati) e chiese al Papa di concedere alla città in privilegio perpetuo di correre una giostra ogni 9 dicembre a venire. Il Papa concesse il privilegio pochi giorni dopo con una speciale Bolla (conservata all’Archivio di Stato di Cesena) dando il via a un’epopea durata 373 anni.

Bolla di Papa Paolo II° che concede il privilegio della Giostra in perpetuo alla città di Cesena; Archivio di Stato di Forlì-Cesena

 La Giostra

Come si svolgeva la Giostra? La risposta è nei suoi Capitoli (cioè il regolamento), che venivano ristampati ciclicamente sempre identici. I più antichi oggi a disposizione risalgono alla seconda metà del ‘500 e recano la dicitura “Capitoli della singolar Giostra all’Incontro che ogn’anno immemorabilmente si fa nella città di Cesena con arme alla greve da battaglia rappresentante occorrenza di giusta guerra”. Questa formula ritorna regolarmente in tutti i Capitoli successivi, e l’uso dell’avverbio “immemorabilmente” fa supporre l’esistenza di Capitoli precedenti. Dunque si può affermare con una certa sicurezza che Cesena ha conservato un’autentica Giostra medievale dalla seconda metà del ‘400 fino all’età moderna, un caso assolutamente eccezionale. 

Bando con i Capitoli (il regolamento) della Giostra del 1642; Archivio di Stato di Forlì-Cesena

Nella Giostra all’Incontro due cavalieri in armatura e lancia – divisi da una lizza “a tele” – si scontravano cercando di disarcionarsi. Lo scopo non era uccidere l’avversario (eventualità pure possibile), ma solo mostrare le proprie qualità di coraggio e abilità.

Frontespizio dei Capitoli del 1752, di proprietà della Biblioteca Malatestiana di Cesena

I cavalieri si scontravano otto volte, e nel caso nessuno dei due fosse disarcionato era dichiarato vincitore quello che aveva totalizzato il punteggio migliore. Ad ogni scontro si segnavano i punti, che venivano attribuiti a seconda della parte del corpo colpita e della forza del colpo. Segno tangibile di un colpo ben assestato era il fatto di spezzare la lancia, da cui ancora oggi il detto “spezzare una lancia a favore di qualcuno”. Il miglior punteggio era attribuito per i colpi alla testa e alla gola: “chi ferirà con la lancia nella testa dalla punta della baviera in suso, e per tale colpo battesse il compagno in terra guadagnerà sei colpi, e quelli dell’avversario in terra abbattuto, il quale ipso iure s’intenda fuori di Giostra”. Minor valore era attribuito ai colpi in altre parti del corpo, il torace, il “braccialetto” (cioè il braccio dal gomito alla mano) ecc. . I “tabellini” conservati all’Archivio di Stato, come detto, riportano i punteggi di ogni scontro lancia per lancia.

Fotografia di fine ‘800 di un figurante – Fondo Casalboni Biblioteca Malatestiana

Contrariamente a quello che si crede i cavalieri non portavano lo scudo, ma solo un rinforzo tra torace e spalla detto “spallone” o “spallazzo”, inoltre era assolutamente vietato “civettare”: “… intendendosi per civettare ogni scansar entro di vita e abbassamento di testa per schivar il colpo”. Un cavaliere degno di tal nome riceveva il colpo senza esitare, il che spiega anche la pericolosità della Giostra.

Il retaggio cavalleresco, i concetti di onore e lealtà emergono da una serie di norme che punivano (come nel caso del “civettare”) i comportamenti ritenuti biasimevoli. Così era vietato colpire il cavallo dell’avversario, e nel caso un cavaliere fosse caduto durante la rincorsa era d’obbligo fermarsi e ripetere lo scontro. Egualmente era debito d’onore alzare la lancia nel caso all’avversario fosse caduta la propria nella rincorsa. Vietatissimi erano anche quei comportamenti sleali tesi a procurarsi un indebito vantaggio, come assicurarsi alla sella con legacci o cuciture.

L’influenza della giostra emerge ancora oggi nel linguaggio comune: “spezzare una lancia a favore di qualcuno” (cioè prendere le parti di qualcuno), “entrare in lizza” (cioè partecipare a una competizione), “partire lancia in resta” (cioè andare alla carica) e il molto romagnolesco “caffo” o “scaffo”, che indicava un numero dispari di giostranti.

Oltre alla Giostra “istituzionale” le cronache ricordano Giostre speciali organizzate da aristocratici (ad esempio la “Giostra amorosa” del 1558 cantata in un poema dal notaio Nicolò Taipo, oppure quella spettacolare del 1612 in cui il Conte Vincenzo Masini affrontò da solo 10 cavalieri vincendone 8), oppure dal Comune in omaggio a ospiti di riguardo (ad es. il Granduca Cosimo di Toscana, la regina Cristina di Svezia, ambasciatori di Venezia o dello Zar, Legati papali). Insomma, Cesena può a giusto titolo essere considerata “la” città della Giostra.

La trasformazione, la fine e la nuova vita

Una tradizione che attraversa i secoli risente inevitabilmente delle trasformazioni della società. Inizialmente la Giostra era corsa da cavalieri e aristocratici, ma successivamente invalse l’uso per questi ultimi di fungere da semplici “padrini”, un po’ come al Palio di Siena in cui i fantini non sono più gli esponenti delle originarie compagnie d’arme da cui sono nate le Contrade, ma specialisti reclutati nell’ambiente ippico. L’aristocratico (o la famiglia importante e facoltosa) incaricava dunque un popolano di correre sotto le sue insegne o il suo nome.

Immagine dei due ultimi palii rimasti (del 1768 e 1838) – Fondo Casalboni Biblioteca Malatestiana

Nonostante tutto la Giostra continuava a essere radicatissima nell’animo dei cesenati. Quando nel 1796 le truppe francesi al seguito di Napoleone fecero il loro ingresso in città la popolazione fece erigere “l’albero della Libertà”, cioè il simbolo degli ideali della rivoluzione, ma contestualmente … fece correre una Giostra. Il simbolo della modernità più estrema accanto a quello più antico.

I tempi però stavano cambiando, il vento del Risorgimento soffiava prepotente e le tradizioni legate all’antica identità municipale erano considerate quasi disdicevoli nello spirito unitario. Ultima sopravvissuta tra le giostre anche quella di Cesena non poteva durare a lungo, e quando nel 1838 un giostrante rimase accidentalmente ucciso fu sospesa e pian piano dimenticata.

Composizione dell’ultimo corteo storico del 1838; Archivio di Stato di Forlì-Cesena

Conclusione

La Giostra di Cesena rappresenta un caso unico. Può vantare un’origine sicura e certificata (e già questa è una circostanza inconsueta), inoltre è la più antica e più longeva tra tutte le giostre italiane, almeno quelle “istituzionali”. Per fare un raffronto il Niballo di Faenza è cominciato oltre un secolo dopo ed è finito circa 30/40 anni prima. La Giostra all’Incontro era considerata la più pregiata tra le varie forme di giostra ed era rarissima: “L’altre giostre più forti e valorose si fanno al reincontro, quando cavalier armato contro cavalier parimente armato corr per abbatterlo, o almeno colpirlo nel più alto del capo o nel più vivo del petto con la lancia”

I giostranti cesenati erano celebri in Italia: nel 1667 quattro cavalieri furono invitati dalla città di Bologna a tenere una giostra in occasione della “festa della porchetta”, una tradizione antichissima che celebrava la presa di Faenza nel medioevo e che doveva il suo nome al fatto che il Comune al termine della giostra offriva la porchetta alla cittadinanza. Ancora nel 1805 Bologna (l’unica città che può vantare una retaggio paragonabile al nostrano) chiese a Cesena di inviare cavalieri e attrezzatura per una giostra da offrire a Napoleone di passaggio in città, poiché la loro tradizione era cessata già da tempo.

All’inizio del ‘900 molte località italiane hanno cominciato a riscoprire le loro tradizioni: Arezzo ha rilanciato la Giostra del Saracino, Ferrara il Palio, Faenza il Niballo negli anni cinquanta. Anche a Cesena, a partire dal secondo dopoguerra, si è pensato di riproporre la Giostra, ma senza fortuna. Nel 2016 finalmente si è presentata l’occasione giusta con la ricorrenza del primo palio del 1316, che ha consentito dopo 700 anni esatti di far uscire dagli archivi anche la Giostra. Così nel 2018, dopo 180 anni dall’ultima, la Giostra all’Incontro ha ripreso vita nella splendida cornice della Rocca Malatestiana e il posto che le spetta di diritto tra i più prestigiosi palii italiani.

Daniele Molinari

Daniele Braschi

 

 

 

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