Le lavandaie di Ponte Abbadesse

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Pubblichiamo un estratto dell’articolo di Dino Pieri dedicato al duro lavoro delle lavandaie, in particolare delle donne che operavano a Ponte Abbadesse.
L’articolo apparve sulla rivista “La Piê” nel numero di settembre-ottobre 1985. 
Chi fosse interessato alla lettura integrale dell’articolo, che racconta nel dettaglio tutte le fasi del lavoro ed il nome in dialetto romagnolo degli strumenti quotidiani, può scaricarlo QUI
 

La frazione di Ponte Abbadesse, situata nell’immediata periferia di Cesena, contava sino agli anni della seconda guerra mondiale un gran numero di lavandaie: infatti su una cinquantina di famiglie (quante costituivano allora la popolazione della borgata) circa venti donne praticavano questo lavoro (1). Anche in altre zone di Cesena (Maceri, Porta Santa Maria, Porta Trova, il Borghetto) abitavano lavandaie ma in nessuna di esse era possibile trovarne un gruppo così consistente da conferire una nota caratteristica alla località stessa. A Ponte Abbadesse un ruolo favorevole lo giocava senza dubbio il torrente Cesuola che, scorrendo a ridosso della piazzetta, offriva le sue acque per le fasi iniziali e conclusive del bucato; oltre a ciò esisteva evidentemente, forse in seguito a tradizioni radicate nel tempo, una certa propensione nelle donne del luogo verso tale mestiere. 

Il tratto del Cesuola a Ponte Abbdesse negli anni 20

Le lavandaie generalmente appartenevano a famiglie del ceto bracciantile, raramente erano di estrazione contadina; il lavoro veniva tramandato di generazione in generazione: la mamma si tirava appresso la figlioletta all’età di sette-otto anni, dandole da lavare i panni più leggeri ed avviandola a poco a poco a un mestiere che sarebbe durato sino dopo i settant’anni, in alcuni casi sino agli ottanta. Le ragazzine intraprendevano abbastanza volentieri il lavoro di lavandaie: lavorare a casa propria dove nessuno dava ordini poteva sembrare allettante anche se c’era come contropartita un mestiere duro che non ammetteva indugi se non si voleva compromettere la consegna dei panni lavati ed asciutti entro il tempo prestabilito. Un ritardo infatti avrebbe spezzato la continuità del ciclo lavorativo con un danno finanziario e il rischio di perdere il cliente (2).
Ad attestare i gravi disagi sopportati dalle lavandaie c’è la testimonianza di alcune donne che esercitarono tale attività sino a quando l’avvento delle lavatrici automatiche permise di fare il bucato in maniera rapida e agevole, senza dover ricorrere a mano d’opera. 
Vivono ancora (1985) a Ponte Abbadesse alcune ex lavandaie che mi sono state di grande aiuto per ricostruire tutte le fasi del bucato ed anche vari aspetti economici, sociali ed umani, collegati alla loro professione. Sono le sorelle Margherita e Dina Vaienti (Fanì e Dina ad Ricaia), rispettivamente del 1904 e 1906, Malvina Lucchi (Malvina ad Giuvinòn) del 1905 e la figlia Ida Maraldi (Ida ad Giuvinòn) del 1927.

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Dalle parole di costoro emergono in tutta la loro crudezza le fatiche di un mestiere che, praticato sin dall’adolescenza, finiva col segnare duramente il fisico e talvolta col pregiudicare la salute. Si lavorava in qualunque stagione: d’inverno le donne dovevano spezzare il ghiaccio formatosi sull’acqua ed iniziare a lavare quando era ancora buio, al tenue chiarore di una candela sistemata sul greto. Il freddo e il contatto prolungato con l’acqua cagionavano reumatismi alle mani, ai piedi ed alla schiena tenuta costantemente curva durante le operazioni di ammollo e di risciacquatura. L’artrite deformava le dita che si torcevano e diventavano nodose, il vento screpolava le labbra ed il naso; alla sera le mani erano rosse, gonfie, sanguinanti. Per lenire le sofferenze causate dalle screpolature alle mani, le lavandaie di Ponte Abbadesse usavano una pomata di loro fabbricazione ricavata dalle candele benedette in chiesa il 2 febbraio, festa della Purificazione della Madonna (la Candelora). Queste candele, che erano conservate nel canterano, si tagliavano in minuscoli pezzettini e la cera veniva messa a sciogliere sul fuoco in un guscio d’uovo insieme a un poco d’olio. Prima di andare a letto si spalmava la pomata così ottenuta sulle mani che sul principio bruciavano tanto da dovere essere tenute fuori dalle lenzuola; poi piano piano il dolore si attenuava e sopraggiungeva un senso di sollievo.
Una lavandaia che lavorasse per molte famiglie (6 o 7 la settimana) non svolgeva altre attività se si eccettuano le faccende domestiche; il guadagno era discreto: si aggirava, negli anni antecedenti la seconda guerra mondiale, sulle 40-50 lire settimanali, una sommetta sufficiente per vivere e per mettere da parte una decina di lire.

Le lavandaie del fiume Savio nel 1922

Le famiglie che fornivano la biancheria da lavare non sempre erano ricche; parecchie dovevano servirsi delle lavandaie non potendo fare il bucato in casa propria né tanto meno asciugarlo per mancanza di ambienti e di spazi adeguati. Tutte le operazioni inerenti il bucato erano rigidamente programmate: ognuna doveva essere svolta in un giorno determinato così da concludere il ciclo lavorativo nel volgere di una settimana.
Il lunedì le lavandaie caricavano su una biroccia fornita di sponde laterali la biancheria lavata e asciutta: ogni bucato era avvolto in un asciugamano e l’intera massa assicurata con una corda. Alle otto del mattino, spingendo la biroccia, ci si incamminava alla volta della città per la restituzione della biancheria alle rispettive famiglie e per ritirare nel contempo da altre case quella da lavare. I panni consegnati alle lavandaie erano annotati dai proprietari in un quaderno; qualcuno, analfabeta, si serviva di un’apposita tabella di legno in cui accanto ai nomi dei singoli capi c’erano dei fori nei quali si infilavano tanti fiammiferi a seconda del numero dei pezzi. Ogni famiglia forniva anche un certo quantitativo di cenere; qualora però questa non fosse sufficiente, le lavandaie ne acquistavano altra dai fornai. Il giro della consegna e della raccolta si concludeva intorno alle tre pomeridiane. Si faceva quindi ritorno a Ponte Abbadesse e per quella giornata il lavoro poteva considerarsi terminato. Il martedì venivano sciolti i fagotti per la cernita dei capi dello stesso genere (lenzuola, tovaglie, etc.) che si ammucchiavano tutti insieme. 
La cernita, la bagnatura, il bruscaggio, l’insaponatura erano compiute fra il martedì e il mercoledì mattina. Il mercoledì pomeriggio si riempiva d’acqua una caldaia di rame (caldèra) della capacità di circa cinquanta litri e la si faceva bollire (fè bulì) al fuoco di una fornacella (furnasèla).

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L’immastellamento e la bollitura erano operazioni molto faticose soprattutto d’estate: la vampa del fuoco e il calore dell’acqua bollente generavano un senso di spossatezza; il mercoledì pertanto risultava una delle giornate più faticose. Il giovedì mattina si sturava la mastella, si toglievano i panni e caricatili su una carriola dall’ampio pianale fornito di buchi per far sgocciolare l’acqua, si portavano a risciacquare nel Cesuola (sciarè i pan). La risciacquatura non si effettuava nell’acqua corrente sempre un po’ torbida ma in una vasta pozza (e’ bus) ricavata con l’ausilio di zolle di terra, sacchi di sabbia ed altro materiale in un’ansa del torrente, un poco a valle del ponte. Preparare la pozza era molto faticoso, altrettanto pesante ripulirne con badili il fondo della melma e dai detriti portati dalle piene. Tali lavori che, specialmente d’ inverno, andavano ripetuti di frequente, erano praticati da tutte le lavandaie riunite insieme.
Per la risciacquatura le donne si ponevano sul bordo della pozza, appoggiando i piedi, calzati con alti zoccoli di legno dalla tomaia in cuoio, su un piedistallo formato da due mattoni con sopra un’assicella. In testa tenevano il fazzoletto, d’inverno annodato sotto il mento, d’estate fermato sulla nuca.
Il lavoro della risciacquatura durava il giovedì e il venerdì. Il sabato e la domenica il bucato era steso ad asciugare: le lenzuola su fili di ferro zincato, gli altri capi di dimensioni più ridotte su siepi di rami di biancospino (sévi ad spèn biench) preparate appositamente. L’attuale via del Torrente, allora stretto sentiero tra i campi, denominato la vióla, era fiancheggiata in tutta la sua lunghezza da una di queste siepi e ciascuna lavandaia stendeva i panni nel tratto che le apparteneva. Alla sera la biancheria era raccolta anche se ancora bagnata; i panni, una volta asciutti, venivano piegati ed ammucchiati famiglia per famiglia. Se il cattivo tempo non permetteva che il bucato si asciugasse entro la domenica, il lunedì si ritiravano ugualmente i panni sporchi per iniziare un nuovo ciclo lavorativo.

Via Canonico Lugaresi 1925p

I panni stesi al canale dei mulini (via Lugaresi) negli anni 20

Il mestiere di lavandaia, già di per sé stesso molto faticoso, diventava ancora più duro in seguito a cattive condizioni atmosferiche o ad altri imprevisti. Poteva accadere che la cenere usata per la bollitura macchiasse i panni ed allora si richiedeva un notevole supplemento di fatica. D’inverno erano particolarmente temute le giornate molto rigide perché le lenzuola bagnate poste ad asciugare all’aperto ghiacciavano e c’era il rischio che si rompessero quando venivano raccolte; in questo caso le lavandaie avrebbero dovuto rifondere il danno di tasca propria. Un altro inconveniente, non poi tanto raro dato il regime capriccioso del torrente Cesuola, era costituito dalle piene improvvise (al fiumeni) che costringevano le donne a scappare in tutta fretta e qualche volta anche a rimetterci le panche e qualche capo di biancheria.
Queste donne pur affaticate da un lavoro tanto pesante, talvolta, specialmente durante l’ammollo e la risciacquatura, cantavano; ho potuto recuperare il testo, forse frammentario, di alcuni di questi canti appartenenti al genere lirico monostrofico dei rispetti e dispetti:

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La mi visèna la m’ à dè d’ intend / s’a voi e’ su fiol la l’ à da vend. / Mo s’ la l’ à da vend ch’ l’ al manda in su la piaza / de su fiol sa vuti ch’a m’un faza. / S’ la l’ à da vend ch’ l’al manda int e’ màrchè / de su fiol quel ch’a mi n’ ò da fè.
***
E’ mi amor l’ è un cardilin che vola / toti al doni che ved u s’ inamora. / S’u n’ i vides ènca zent a e’ dé / u s’ inamora par lasem a me. E’ mi amor l’è belin di cor / e dal murosi u n’ à quarentanov / u n’ à quarentanov e me che zinquenta / infena ch’u n’à moi a j ò sperenza.
***
Stamattina mi son levata / mezzoretta avanti al sol / mi son faccia alla finestra / ho vedù il mio primo amor / l’era al fianco d’una ragazza / l’ è un gran mal pirulìrulì / l’ è un gran mal lallerìrellà.

***
Belina son passato nella tua vigna / ho visto l’uva e non la ho toccata / ho alzè la pempna a j ò vesti la vida / se la ho toccata Iddio che mi castiga.
***
La mi murosa prèma / la fa la stiratrice / la stira le camicie / per i garibaldin / tot i quatren ch’ la ciapa / la mi reghèla a me. / La mi murosa prèma / la vend e’ becalà / la n’ à do sporti pini / u j chesca ad qua e dlà / tot i quatren ch’ la ciapa / la mi reghèla a me.
***
Il fior che tu pretendi mio carino / non voglio che per ora sia sfogliato / ti lascerà entrar nel mio giardino / quando saremo stati dal curato / e all’altare mi sposerai / quello che cerchi allora lo troverai. Quando mi brillerà al mancino dito / l’anello fede dell’amore / quando potrò chiamarti mio marito / e allora sì darò quel fiore. / Prendi un bacio e basta così / abbi pazienza fino a quel dì.

(1) Trascrivo qui i nomi di alcune lavandaie scomparse, ancora vive nel ricordo (1985): Maria ad Lisandar, Palina ad Ricaia, Rosa ad Lisandar, Maria e Sufia ad Burìn, Palmina ad Vantura, Sterina ad Scatein, Rosana ad Piadena, Angiulina ad Piadena, Malvina de calzuler, Casandra, Cirela Renata, Piritina, Nunzieda; quest’ultima, caso unico, era aiutata dal marito Carlòn. 

(2) Sulla durezza del lavoro di lavandaia si tramanda a Ponte Abbadesse questo detto:
La lavandèra l’era l’amstir piò brot de mond; e’ Signurin un n’aveva piò d’i amstir e e’ get lavandèra.

Dino Pieri

 

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