San Giovanni, Santo Patrono di Cesena

di Franco Spazzoli

In queste giornate in cui E’ BENE STARE IN CASA ho pensato di far uscire su Facebook (con qualche piccola modifica) un capitolo al giorno del mio libro “Cesena Curiosa” pubblicato cinque anni fa dal “Ponte Vecchio” con presentazione di Giordano Conti.Chi ha voglia di leggere potrà fare una passeggiata virtuale nella nostra città, in attesa di fare (speriamo presto) lunghe passeggiate reali dopo aver sconfitto il coronavirus. Ecco il secondo capitolo sul Santo Patrono della città. Buona lettura e buona giornata!

Il Santo che fa della parola la sua missione, che annuncia la rinascita dell’umanità e predica la venuta del Messia che da Lui si farà battezzare.

Il Santo che critica i potenti e i corrotti fino al sacrificio della vita, tanto da essere barbaramente ucciso per ordine di Erode Antipa che voleva premiare la danza sensuale di Salomè, figlia della sua concubina Erodiade, accusata dal Santo di immoralità.

Questo è San Giovanni Battista, patrono di Cesena, a cui è dedicata la Festa che ogni anno anima le strade del centro di folla e di banchi con mercanzie di ogni genere.

La nascita del Battista viene celebrata esattamente sei mesi prima di quella di Gesù, in coincidenza con il solstizio d’estate e con la notte più breve dell’anno, in un periodo particolare per la natura e per la vita degli uomini.

Momento di passaggio tra la primavera e l’estate, la Festa si radica su antiche tradizioni pagane ed è ricca di implicazioni magiche, legate agli elementi del fuoco (la Fede) e dell’acqua (il Battesimo).

Un tempo si riteneva che i falò accesi in quella notte purificassero campi e animali e cacciassero streghe e spiriti maligni che, nelle ore di buio, sarebbero usciti dai loro nascondigli.

Soprattutto i crocicchi erano da evitare perché lì si appostavano le streghe.

Notte di santità e magia, di speranza e paura, di unione celeste tra sole e luna da cui si sprigionano benefiche energie che scendono sulla terra in forma di rugiada.

Si credeva che l’acqua lasciata in un bacile all’esterno della casa, con fiori e foglie di erbe aromatiche, avrebbe avuto poteri particolari, tra cui quello di accrescere la bellezza delle donne che con quell’acqua si fossero lavate.

Ogni erba raccolta in quella notte avrebbe garantito influssi positivi: la verbena avrebbe donato prosperità, le bacche rosse del ribes avrebbero sanato malattie della pelle, reumatismi e artriti, l’artemisia avrebbe aiutato la regolarità del ciclo mestruale e del parto, la ruta sarebbe servita per la vista e contro peste, serpenti e diavoli.

“Erba di San Giovanni” era detto l’iperico perché i petali rossi si ritenevano impregnati del suo sangue e si pensava avessero il potere di cacciare ogni influsso malefico.

Ma il più potente aiuto contro le creature maligne si credeva fosse l’aglio che, in sanscrito, significa “uccisore di mostri”.

Di queste tradizioni resta ancora un ricordo sui banchi del mercato che vendono fiori ed erbe aromatiche, mazzi di lavanda e corone di aglio a cui, circa un secolo fa, si è aggiunto il fischietto di zucchero rosso a forma di piccola oca.

Nel bel Duomo di Cesena, la cui costruzione volle Andrea Malatesta nel 1385, troviamo raffigurato più volte San Giovanni in pregevoli opere di secoli e stili diversi.

All’esterno possiamo vedere un San Giovanni mentre sta predicando in una statua in bronzo dello scultore cesenate Leopoldo Lucchi. 

Sulle grandi porte in bronzo dell’ingresso principale troviamo le formelle sulla vita di San Giovanni dello scultore cesenate Ilario Fioravanti, uno dei maggiori scultori italiani del ‘900.

All’interno, sulla parete destra, troviamo il Santo raffigurato nell’Altare del Corpus Domini, capolavoro rinascimentale di Giovan Battista Bregno

Nell’attiguo Museo troviamo un piccolo dipinto su rame attribuito al pittore manierista Livio Agreti.

Sulle pareti dell’abside, infine, due tele di Giuseppe Milani raffigurano La nascita e Il martirio di San Giovanni.

 

Un altro bel “San Giovanni Battista” del cesenate Cristoforo Savolini è conservato nella Galleria della ex Cassa di Risparmio di Cesena.
La vita del Santo ha ispirato i più grandi maestri e alcuni episodi sono raffigurati in capolavori assoluti.
Prendiamo il “Battesimo di Gesù” di Piero della Francesca (tempera su tavola, 1450 circa, ora alla National Gallery di Londra), una icona dell’Umanesimo-Rinascimento, in cui la figura umana è centro e misura di tutte le cose. La scena si svolge in un luminoso giorno di primavera inoltrata e la luce meridiana illumina ogni cosa così come la ragione tutto può comprendere. Sia le figure umane che la natura (gli alberi, ad esempio) rispondono a precisi canoni matematici, a immagini geometriche, per dimostrare che tutto ciò che esiste è razionale. Da questa chiarezza e razionalità la scena acquista una significativa valenza simbolica ed una solennità che si impone alla vista.
Fortemente simbolista ma con significati assai diversi è “L’Apparizione” di Gustave Moreau (acquerello 1875 al Museo d’Orsay di Parigi).
Così descrive la scena lo scrittore Karl Huysmans nel suo “A rebours”, un classico del Decadentismo: “Là, il palazzo di Erode si slanciava come un Alhambra su leggere colonne iridate di piastrelle moresche, che sembravano sigillate da un calcestruzzo d’argento, da un cemento d’oro … Il delitto era compiuto… La testa decapitata del santo si era sollevata dal piatto posato sul pavimento e guardava, livida, con le labbra esangui, aperte, con il collo scarlatto, gocciolante lacrime. Un mosaico circondava il volto da cui si sprigionava un’aureola… Con un gesto d’orrore, Salomè respinge la terrificante visione che la inchioda, immobile, sulle punte; i suoi occhi si dilatano, la mano stringe in modo convulso la gola. 
È quasi nuda; nella frenesia della danza, i veli si sono sciolti, i broccati sono caduti; é vestita solo di gioielli e lucidi minerali; un corpetto, come un busto, le stringe la vita e, a mo’ di superbo fermaglio, un meraviglioso gioiello dardeggia lampi di luce nell’incavo dei seni…., sul corpo rimasto nudo, tra il corpetto e la cintura, il ventre s’inarca, scavato da un ombelico il cui foro sembra un sigillo di onice, dai toni lattiginosi, dalle tinte di un rosa d’unghia… L’orribile testa fiammeggia, sempre sanguinando, mettendo grumi di porpora scura alle estremità della barba e dei capelli.»
Se Piero della Francesca esprime la nuova concezione dell’uomo “misura di tutte le cose” e Moreau l’angoscia e, insieme, l’attrazione verso il peccato, Caravaggio rappresenta la tragedia della violenza e della morte nella grande tela con la “Decollazione del Battista” dipinta a Malta, negli ultimi drammatici anni della sua vita (tela, 1608, La Valletta Oratorio di San Giovanni). Nell’ampio spazio in larga parte vuoto, in un’atmosfera cupa, attraversata dalla tipica luce caravaggesca che viene di lato e aumenta la drammaticità della scena, si svolge il taglio della testa del Santo ad opera di un soldataccio armato di coltello che ha già colpito e si appresta ad ultimare il delitto. Assistono due donne, di cui solo una esprime terrore, mentre l’altra tiene in mano il piatto su cui verrà collocata la testa, un uomo che, imperturbabile, indica il bacile e due curiosi dietro la grata di una finestra. Le vesti sono quelle di contemporanei di Caravaggio o, forse, di una moda senza tempo. Il Santo è a terra e sta per essere sgozzato come il capretto di cui si intravvede la pelle. Il suo sangue cola verso lo spettatore, come a coinvolgerlo nella terribile scena che potrebbe essere un qualsiasi delitto, ieri e oggi. 
Infine un’“Erodiade con la testa del Battista” di Francesco Cairo (tela, 1635 circa, Vicenza Museo di Palazzo Chiericati), altra scena dal forte impatto emotivo.
Una Erodiade barbaramente sensuale ha appena infilato per vendetta uno spillone nella lingua del Santo che tante volte l’ha accusata di adulterio e corruzione ma, proprio in quel momento, viene colta come da una fortissima convulsione che la scuote con violenza, segno della potenza del Santo, se pur ridotto alla sola testa mozzata. 

 

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