Un papa e la sua città. Pio VI e Cesena

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di Piero Lucchi

Giovanni Angelo Braschi fu eletto papa il 15 febbraio 1775. La notizia giunse ufficialmente a Cesena (dov’era nato il 25 dicembre 1717) tre giorni dopo, in una lettera di suo pugno, elaborata accuratamente nei giorni intercorsi fra l’accordo convenuto sulla sua candidatura e prima della votazione conclusiva. L’accordo sul suo nome, dapprima ritenuto troppo vicino ai gesuiti, fu trovato dopo che lui stesso ebbe solennemente promesso di non ristabilire da Papa l’ordine di Sant’Ignazio, poco prima (nel 1773) abolito dal predecessore, Clemente XIV, un altro papa romagnolo, Luigi Ganganelli di Santarcangelo, morto il 22 settembre 1774: il conclave si protraeva infatti dal 5 ottobre 1774.

Rivolgendosi ai Conservatori, cioè agli amministratori di Cesena, tutti appartenenti al ceto nobiliare, prometteva incautamente “che tutto ciò che potremo fare per codesta Nostra Patria, saremo impegnatissimi a eseguirlo” ingiungendo ai diletti figli di attenersi “in tutto e per tutto” al Foglio di Regolamento da lui stilato che fissava il numero delle messe solenni (cinque, in cinque giorni diversi), elencava le chiese, gli altari e individualmente i celebranti e intendeva stabilire in generale il tono dimesso delle cerimonie pubbliche che, a parte il suono delle campane, non potevano essere di giubilo ma di contrizione di fronte alla gravità delle scelte che lo attendevano.

Il nuovo papa giungeva al punto di fissare dettagliatamente la composizione degli abiti delle settanta ragazze, orfane o povere, che per carità sarebbero state provviste di dote: “si dovranno vestire di panno ordinario di color modesto, e riuscendo più comoda la provvista, anche di colori diversi servata però la uniformità di ciascheduna Squadra, cosicché ogni dieci Zitelle della stessa Parrocchia sieno vestite del medesimo colore. Dovrà darsi a ciascuna un Busto, una Sottana, un Buttasù, una Zendalina di tela bianca, un Fazzoletto da Collo, una Manizza ed un pajo di Scarpe…”. Escludeva i festeggiamenti profani, assolutamente comuni in tutte le città di Antico Regime per ogni minima occasione. Non dovevano esserci dimostrazioni “né di Lanternoni, né di Torcie, né di Fuochi, né di Stampe di Componimenti, né di Accademie, né di Oratorio, né di Orazione in lode, né di Giostre, né di Corsa di [cavalli] Barbari, né tampoco spedizion di alcun Deputato”. Neanche nelle solenni Messe cantate o Pontificali si doveva fare ricorso a “Musici, Suonatori ed Apparatori forestieri, ma s’impieghino solo quelli che negli accennati tre generi somministra il paese”.

Pio VI ritratto da Pompeo Batoni nel 1775

 

Le cose tuttavia andarono diversamente. Come scrisse Nazzareno Trovanelli: “Le feste di Cesena, che per la prima volta, vedeva un suo concittadino inalzato alla sovranità, furono spettacolose e frenetiche, come narrano i cronisti uno dei quali dice che per poco non trasmodarono in vero tumulto”. Sul piano religioso alle Messe solenni si affiancarono i “Tridui d’Orazioni” con l’Esposizione del Santissimo Sacramento, ai quali parteciparono sacerdoti provenienti “da ogni dove” e illustri prelati forestieri, come i vescovi di Ravenna (città del Legato, che promosse proprie celebrazioni), di Bertinoro, di Imola (zio del Papa, presto creato cardinale). Fu cantata “da più cori di Musici e Suonatori Forestieri e Paesani”, una Messa espressamente composta e diretta dal cesenate Francesco Zanetti, maestro di cappella a Perugia, alla quale parteciparono i parenti, fra i quali due nipoti, figli della sorella Giulia Onesti a cui il papa Braschi era molto legato.

I due giovani, Luigi (1745-1816) e Romualdo (1753-1817), furono poi chiamati a Roma (rispettivamente nel 1780 e 1778) e adottati dal Papa per assumere il cognome di Braschi Onesti e intraprendere una carriera di agi e ricchezze, nella Chiesa (Romualdo, cardinale) e nella vita civile (Luigi, poi duca di Nemi, al quale come primogenito spettava di perpetuare la stirpe), abitando dieci anni dopo nel nuovo Palazzo Braschi eretto nella capitale, sede oggi del Museo di Roma. La promozione dei due nipoti rappresentò il punto più audace e discutibile del suo Pontificato (e del suo Regno) espressione massima del nepotismo, tipica espressione dell’esercizio del potere nella Roma pontificia di Antico Regime, e non solo. Ancora Trovanelli riassume: “Da quell’elezione, fino alla bufera dell’invasione francese, la città nostra parve divenuta una succursale di Roma: ogni tanto si nominavano cardinale cesenati, ogni tanto passavano di qui porporati, ambasciatori, principi ad ossequiare la famiglia del papa”.

Fra le solenni funzioni che seguirono va ricordato il Triduo e le Celebrazioni promosse a spese “de’ Professori dell’Arti Liberali, Mercatanti, ed Artisti della Città di Cesena” nei giorni 10, 11 e 12 settembre dello stesso anno 1775, che, a parte il solito programma festivo (spari di mortaio, corse di cavalli, concerti), ebbero sede principale nella Piazza completamente occupata da un immenso Anfiteatro, eretto in materiale deperibile (legno, gesso, nastri, decorazioni colorate e dorate) costituito da 26 archi trionfali “ornati con bellissimi festoni, medaglioni, statue, iscrizioni, stemmi”. L’idea di per sé non era nuova: si allestivano spesso grandi architetture effimere, in ogni città e anche a Cesena: archi trionfali per accogliere ospiti illustri e grandi macchine funebri per tributare l’estremo saluto a eminenti defunti, occupando chiese e spazi pubblici. Ma va anche ricordato che in quel periodo a Venezia, in occasione della Fiera della Sensa (Ascensione), si stravolgeva l’aspetto di Piazza San Marco, facendone il centro di una città ideale dove mercanti, artisti e artigiani (gli stessi protagonisti in scena a Cesena) potevano disporre di uno stand e dove il popolo e i forestieri erano attirati a passeggiare e conversare.

La fiera della Sensa di Venezio in un dipinto di Gabriel Bella. A questo esempio di architettura effimera si ispirarono i cesenati nell’allestire i 26 altissimi archi che occupavano la piazza.

Gli archi eretti nella Piazza cesenate a formare un Anfiteatro accoglievano sugli spalti un vasto pubblico che ammirava una sorta di tableau vivant: era presente il nuovo pontefice e benediceva i concittadini immobilizzato in una fotografia tridimensionale, una statua di scagliola, opera dello stuccatore Francesco Callegari, “figurante di bronzo nuovo fuso”. Non mancavano sulla scena la grande macchina di fuochi d’artificio e la figura di “Cesena trionfante” alla quale dei putti consegnano le chiavi di San Pietro e il Triregno.

L’iniziativa dei mercanti e artigiani uniti agli artisti, che esprimevano il tessuto vivo della città dotato di risorse e spirito d’iniziativa, fu probabilmente vissuta dal “patriziato” come un vero affronto di cui ci si ricordò nel 1782 in occasione del viaggio papale a Vienna, quando papa Braschi passò da Cesena due volte, andando (sostò dal 5 al 7 marzo) e ritornando (dal 29 maggio al 5 giugno), salutato da 1500 spari di mortaio al primo arrivo e 1800 alla partenza definitiva.

I nobili da tempo avevano deliberato di erigere a Pio VI una statua di bronzo e un arco trionfale, che dopo molte discussioni con vari soggetti locali e anche della Capitale come la Congregazione del Buon Governo che impedì di gravare tutta la spesa sul bilancio pubblico. Al momento del secondo passaggio, circa due mesi dopo il primo, il monumento era eretto, seppure eseguito in materiali effimeri, accompagnato da una magnifica epigrafe latina più volte ritoccata: “Pio Sexto Braschio, Civi et Pontifici optimo, Vindobona Redeunti” (oggi si preferisce una diversa lettura, ma errata).

L’attenzione si era spostata dalla Piazza, cioè dal Comune (restaurato e riaperto, dopo molti anni nel 1722: non si chiami tuttavia con il nome improprio di Palazzo Albornoz), al Palazzo del Ridotto, vale a dire ormai il ritrovo dei soli Nobili di Cesena: una specie di “Casino”, o Circolo Cittadino, dove si giocava a Faraone e si potevano incontrare esponenti della Nobiltà di altre città italiane di passaggio (si tenga presente il racconto di Giacomo Casanova nella Storia della mia vita, vol. I, cap. XXII, ambientato tuttavia a casa del generale conte Spada, proprietario del teatro).

Facciata del Ridotto

La calcografia della “Facciata del nobile Ridotto di Cesena” eseguita da Benedetto Barbieri disegnatore e Francesco Barbazza incisore 1791-1792. Il disegno non rispecchia l’esecuzione finale con l’epigrafe distesa nel cornicione sottostante e lo stemma abbassato. Fondi fotografici Biblioteca Malatestiana

Il progetto della nuova facciata conferita al quattrocentesco Palazzo dei Conservatori era stato inviato da Roma, opera dell’architetto del Papa, Cosimo Morelli, imolese, nominato dal papa stesso “architetto di Cesena”. La statua ancora una volta era stata modellata dallo scultore Francesco Callegari, e verniciata in modo da sembrare di bronzo lucente, appena fuso. Qualcuno seppe fondere un bruciante motto satirico: “Andò/ Tornò/ Restò di Stucco” riuscendo a mescolare insieme, come rame e stagno nel crogiolo, lo smacco per l’insuccesso del Papa nel tentativo di fermare il successore di Maria Teresa nella politica giurisdizionalista e l’insuccesso della Nobiltà cesenate nel testimoniare la sua gratitudine al proprio esponente con un monumento di vero bronzo, duraturo seppure non “aere perennius”. In quell’occasione, come anche altre volte in quegli anni, si espresse anche una terza condizione sociale dopo i Nobili e i Mercanti, cioè i Poveri che sotto le finestre della sua casa natale, dove risiedeva il pontefice, riuscirono a porgergli dalla finestra, con una canna, una protesta contro il governo dei Nobili.

Il Papa fece subito acquistare e distribuire del pane e rimproverò chi gli aveva detto di non esserci povertà a Cesena. In seguito alcuni di questi poveri si misero a correre per la città prendendo a sassate e schernendo i nobili che incontravano (fu forse l’avvio di sommossa accennato da Trovanelli). I nobili si impegnarono al massimo per raccogliere la somma necessaria per il completamento dei lavori: nel 1787 la facciata disegnata da Cosimo Morelli è terminata e nel 1789 dopo molti preparativi e una difficile acquisizione dei metalli, rame e stagno (una parte trovata nelle Marche) la statua fu fusa in locali al piano terra di Palazzo Roverella dallo stesso stesso Francesco Calligari, già visto all’opera, “bravo Stuccatore di figure e Ornati” che perfezionò il modello di creta e poi di cera, assieme al fonditore di campane Carlo Ruffini, di Modena (in realtà di Reggio Emilia). La fusione, fu eseguita il giorno 27 ottobre 1789, nel tardo pomeriggio, “alle 23 e tre quarti” (un quarto d’ora prima del tramonto). L’ora, tramandata dal cronista Mauro Verdoni, potrebbe corrispondere alla fine del lavoro: “ma per loro [degli artisti] disgrazia, e della città, nel tempo che fu fusa si ruppe un condotto, che conduceva il metallo in detta statua, verso un ginocchio, per cui il metallo medesimo prese altra strada, e fece che rimanesse tale opera per questa volta imperfetta, cioè senza un braccio, e testa”.

La statua in bronzo di Pio VI fotografata alla fine dell’800 da Augusto Casalboni. Fondo Biblioteca Malatestiana

L’operazione di non banale metallurgia fu completata solo nei primi giorni di agosto del 1790. Furono necessari altri mesi per completare i pagamenti e eseguire la ripulitura delle irregolarità del metallo. Nel 1791 si discusse se coprire di “Pàtina” la superficie della statua (che era alta 6 piedi, cioè 3 metri e 15 centimetri, e pesava 14000 libbre), secondo l’istruzione ricevuta da Roma da Giuseppe Valadier, che sarà l’architetto di Pio VII; ne consegue la decisione di ricoprire la statua invece con una mano di “Vernice Copale”, per uniformare il colore senza recare nessun pregiudizio al metallo. Intanto l’architetto cesenate Benedetto Barbieri (che già aveva lanciato con successo il 27 marzo 1784 il primo pallone areostatico a Cesena, dall’abbazia di Santa Croce fino oltre il Savio) presentò il sistema da lui escogitato per trasferire l’enorme statua da Palazzo Roverella, in contrada San Zenone, fino al Ridotto. Il suo progetto, dopo l’approvazione ricevuta da Roma, venne messo in atto alla fine di maggio, in particolare nella notte del 31, con l’impiego di molti argani e di trenta uomini. Altre complicazioni si presentarono per preparare il disegno artistico della nuova facciata del Ridotto trasformata in monumento, e predisporre la sua traduzione in lastra di rame per poter eseguire la stampa calcografica da donare alle autorità religiose e laiche; e altre ancora per organizzare l’inaugurazione e la festa, che si potè tenere solo, il 30 settembre 1792 con un programma così fissato: “alle 21 [vale a dire tre ore prima del tramonto] il Campanone suonerà, gli farà seguito uno sparo di mortai e di fucili, quindi si esibiranno due orchestre sistemate ai lati del Ridotto, una d’archi, l’altra di strumenti militari da banda; ci sarà una corsa di cavalli barberi con palio dipinto in premio, ancora scoppio di mortai, quindi lo scoprimento della statua”.

 Piero Lucchi

nato a San Vittore di Cesena nel 1950, laureato a Bologna in lettere moderne, è stato per anni responsabile del Servizio Conservazione e Ricerche e Direttore reggente della Biblioteca Malatestiana. In questo periodo, collaborando con l’Amministrazione comunale, promosse il rinnovamento dei servizi dando vita alla nuova Sezione a scaffali aperti, Sala Periodici, Biblioteca dei Ragazzi oltre a regolare l’attività di promozione culturale nel Salone del Palazzo del Ridotto. Nel 1994 si è trasferito a Venezia dove è stato responsabile della Biblioteca del Museo Correr fino al 2016.

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Una risposta

  1. lelio burgini ha detto:

    sempre su ” Cesena di una volta” suggerisco la lettura de “la misteriosa morte di Cornelia Zangheri “(nata Bandi) , nonna di Pio VI

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