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Giovanni Montalti detto “Bruchin”, il “poeta della povera gente”

Buona domenica 11 ottobre, care amiche e cari amici di questa Rubrica! Cerchiamo di essere prudenti, i dati della pandemia tornano ad essere preoccupanti! Oggi ricordiamo una delle figure più singolari di Cesena:

Sono ambulante! E via di giorno in giorno

Io vado in giro pei mercati intorno,

Le poche cose nella valigetta,

A calpestar la strada e bicicletta.

Non sono un corridor ma vado sciolto;

Un venticello mi accarezza il volto

Ricevo il bacio del bel sol nascente,

Speranza e volontà mi fa potente!

Così, ogni giorno dalla casa quieta

Passo alle piazze a diventar poeta.

La mia eloquenza dialettal si spande…

Sopra una sedia anch’io divento grande!

 

Questi versi della poesia “Il poeta ambulante” sono del cesenate Giovanni Montalti detto “Bruchin”, dal soprannome della famiglia e illustrano bene alcuni aspetti caratteristici dell’esperienza umana e poetica di quello che è certamente una delle figure più singolari nella storia artistica della nostra città.

Montalti nasce il 3 luglio 1879 nella frazione di San Vittore da una famiglia contadina. Frequenta le scuole elementari nella vicina frazione di San Carlo anche se solo molto più tardi, nel 1936, a 57 anni, ottenne la licenza di quinta elementare alla scuola “Saffi”.

Presto diventa amico di Eligio Cacciaguerra, una delle più significative personalità del cattolicesimo democratico cesenate che certamente non è estraneo al precoce impegno politico e sociale nel Circolo democratico cristiano fondato dallo stesso Cacciaguerra.

La sua attività artistica ha inizio con la partecipazione, come attore, a commedie dialettali, poi come autore di “zirundelle” nelle veglie nelle stalle dei contadini della zona, infine come poeta di piazza, a Cesena ma anche in varie località della Romagna in cui si tenevano mercati o feste, da Forlì a Sogliano al Rubicone, con puntate nelle Marche, sempre in bicicletta. Arrivato nella piazza del mercato, lui magro e non alto, per farsi notare saliva su una sedia, suonava una trombetta e gridava: “U s’ presenta a qua Bruchin!” e cominciava a declamare poesie che poi vendeva su fogli stampati, raccogliendo le monetine dentro una valigia.

A Cesena, nell’attuale Piazza del Popolo, si collocava vicino alla Fontana Masini, dandole le spalle, mentre la gente si accalcava di fronte a lui.

Così lo ricordava nel 1980 Giuliano Cacciaguerra: “Io l’ho visto declamare in piazza a Cesena che aveva un cappello nero in testa, e mettendosi in visiera la poesia che doveva dire, sbraitava a più non posso e tutta la gente intorno a comperare il foglio che costava un soldo o due soldi, al massimo quattro soldi”.

Questa testimonianza (insieme ad altre tra cui quella del senatore Furio Farabegoli che riporteremo in seguito) si trova nel bel volume “Tutte le poesie di Bruchin” a cura di Dino Pieri e Maria Assunta Biondi (STILGRAF Cesena 2001) fondamentale per la conoscenza della vita, personalità e poesia di Giovanni Montalti di cui riporta ben 532 componimenti.

Il libro è arricchito dalla presenza di alcuni disegni di Alberto Sughi e Ilario Fioravanti. A cura di Dino Pieri e Maria Assunta Biondi è anche la pubblicazione “Bruchin Poesie dialettali romagnole” (STILGRAF Cesena 1993).

Le condizioni economiche di Montalti furono sempre modeste se non povere e per mandare avanti la famiglia composta, oltre che dalla moglie Maria anche da cinque figli, fu costretto a fare svariati lavori: prima operaio alla Società dei Mulini, poi, quando fu licenziato, nel 1928, per aver criticato i dirigenti della Società, si dedicò ad attività saltuarie: ambulante, bracciante agricolo, raccoglitore di capelli, venditore di croccanti, di carbone o ricordini religiosi o altro.

Le difficoltà economiche non diminuirono la sua passione poetica e la propensione positiva verso la vita che emerge anche dai versi della poesia “Il poeta ambulante”.

Scrivono nell’introduzione Dino Pieri e Maria Assunta Biondi: “Diverse testimonianze lo descrivono sempre sorridente e disposto al buon umore, pronto a rivolgere arguti motteggi a chi… ne provocava l’abilità di improvvisare rime anche fuori dalla piazza”.

Del resto il sonetto “Zinquentamila French” termina con questi versi: “Cosa m’importe a me sa so un puret,/Oz a faz e signor cun un sonet!” con il punto esclamativo finale che (testimonianza del tipografo Roberto Ronconi) chiamava “un ammirativo” e di cui amava abbondare.

E peraltro, come ha osservato Cino Pedrelli, “al fondo dell’arguzia, della satira di costume, della risata, fu sempre vigile e ferma la sua morale cristiana”. Furio Farabegoli lo definisce “un uomo giusto, buono, semplice, modesto … ma aveva un grande ingegno…amava il bello, amava la cultura e per arricchire questa cultura amava recarsi quasi quotidianamente alla Biblioteca Malatestiana per consultare libri e riviste… amava in modo particolare i poveri, perché anch’egli era povero: amava i poveri ispirandosi a Cristo… e dalle sue poesie emergono questi valori, queste qualità”.

Ed era uomo di una generosità non comune, come quando, nel 1951, in occasione di una dura vertenza sindacale all’Arrigoni e della necessità di una trasferta a Roma dei rappresentanti dei lavoratori, nel corso di un’assemblea in cui si chiese un contributo per le spese, fu il primo a rompere gli indugi ed offrire 500 lire, forse le uniche che aveva (testimonianza di Furio Farabegoli).

Da un punto di vista politico, dopo un’adesione al Fascismo (“Inno degli Arditi”, “Inno degli Avanguardisti”), specie in occasione della guerra d’Africa (“La presa di Macallè”, “Addis Abeba”) fu poi, per tutta la vita, legato alla Democrazia Cristiana, invitando i concittadini a sostenerla, pena la rovina del paese, come nell’ultimo suo scritto, il “Testamento elettorale dall’Ospedale” del 31 maggio 1953.

Polemizzò più volte con i comunisti (come in: “Cecoslovacchia ininz e indria” oppure “Paietta al Comunale di Cesena”), mettendo alla berlina la situazione russa (vedi ad esempio le geniali telefonate tra Stalin e Bruchin).

E tuttavia, nonostante queste sue posizioni ideologiche, fu sempre rispettato anche dagli avversari politici che riconoscevano in lui un poeta popolare.

Tant’è che il giornalista Alieto Pieri gli dedicò un articolo elogiativo dal titolo “Bruchin, il poeta della povera gente” comparso su “L’Unità” del 7 luglio 1973 e poi ripubblicato sul periodico cesenate comunista “Zona 15” il 19 luglio 1973 in cui leggiamo: “Nelle sue notazioni poetiche il Montalti si è sovente ispirato alla vita grama della gente umile, esperienza da lui sofferta lungamente.”

Impossibile dar conto qui dei tanti temi affrontati da Bruchin nei suoi componimenti.

Compaiono temi sociali, come nelle poesie dedicate ai problemi dell’Arrigoni o alla disoccupazione o al divorzio.

Molti componimenti sono dedicati a luoghi e manifestazioni di Cesena, dalla Madonna del Monte al caffè Garibaldi, dal Lugaresi al Ridotto, dalla Festa di San Giovanni alla Madonna del Popolo, alle numerose poesie dedicate alla Settimana Cesenate, anche in funzione promozionale.

Ci sono poesie scritte in occasione di fatti di cronaca sportiva (“Il trionfo di Gaibera in bicicletta a Cesena” o “Cesena imbattibile” dedicata alla squadra di calcio) o rosa (per le nozze del principe Umberto di Savoia o la nascita del principino Vittorio Emanuele) o nera, come quella composta per la barbara uccisione di un reduce da parte della moglie infedele a Mercato Saraceno o per un assassinio a scopo di rapina o una strage compiuta nel Comune di Sogliano.

Scrivono Dino Pieri e Maria Assunta Biondi: “largamente utilizzato da Montalti il tema della satira contro le donne… Al contrasto uomini-donne si affianca in alcuni testi comici un’altra coppia in opposizione, padroni-contadini…”

Una varietà di temi che mostra la curiosità e l’attenzione di Montalti sui diversi aspetti della vita e la capacità di metterli in rima (in genere “zirundele” in versi ottonari a rima baciata).

Bruchin scrive preferibilmente in dialetto ma talvolta usa la lingua italiana quando fa parlare i personaggi della classe più ricca o affronta temi a cui vuole conferire una particolare patina di serietà o solennità.

Un Autore, dunque, dalle molte sfaccettature e un cesenate profondamente legato alla sua città, come ci attesta questo struggente ricordo di Furio Farabegoli: “Negli ultimi mesi venne ricoverato all’Ospedale civile di Cesena. Cosciente che la sua fine era imminente, chiese ai suoi figli e ai sanitari di poter lasciare per qualche ora il reparto per vedere Cesena. Volle attraversare le vie della nostra città coi suoi cinque figli in macchina. Girando volle salutare i punti più significativi, più belli della sua Cesena. Cominciò dicendo: “Addio Stazione, non ci vedremo più”, “Addio Ippodromo”, “Addio Rocca Malatestiana”, Addio Cappuccini, non ci vedremo più”, “Addio Abbazia del Monte”, “Addio Cesena!”.

Morì poco tempo dopo, il 10 agosto 1953.

Ora ci guarda dalla statua in bronzo realizzata da Giovanna Amoroso e collocata (chissà perché lì e non in piazza del Popolo!? Ma si potrebbe sempre spostare…), accanto al percorso pedonale che dalla Barriera va in direzione di Porta Santi, quasi di fronte a Casa Serra.

Forse, su quella sedia, dentro di sé ancora compone argute “zirundele” sulla vita che gli passa davanti ma, purtroppo, non ha più la voce per attirare la nostra attenzione suonando la trombetta e gridando: “U s’ presenta a qua Bruchin!”

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