La prostituzione a Cesena nel sec. XVI°

Buona domenica care amiche e cari amici e ben ritrovati! Riprendiamo (con il post n.60) questa Rubrica su arte, cultura e storia di Cesena (iniziata il 17 marzo), in una situazione certo migliore dei mesi scorsi ma, purtroppo, ancora preoccupante.

Affrontiamo un argomento in genere poco trattato ma ricco di sfaccettature interessanti e voglio ringrazio di cuore l’amico Maurizio Abati, esperto di storia di Cesena, per avermi fornito, con generosa cortesia, il materiale d’archivio che è alla base di questo scritto.

 

Nella sua preziosa cronaca degli avvenimenti cesenati tra la fine del XV° secolo e l’inizio del XVI°, Giuliano Fantaguzzi ci informa che, nel 1502 (annus mirabilis per Cesena che vide, entro le sue mura personaggi del calibro di Leonardo da Vinci, Francesco Arcano, Niccolò Machiavelli, Lucrezia Borgia e, ovviamente, Cesare Borgia che intendeva fare della città la capitale del suo principato), il Duca Valentino emanò un bando in base al quale “bordello e femine de le Tavernelle andassono a loco vechio. Et tutte le putane e femine de Valdoca e per tutta la cità che stavano a posta d’altri se n’andonno con Dio o andassono in bordello et nisuno de la cità e conta’ potesseno tener femina, a pena de ducati 25 d’oro. E se n’andonno e trabaldorno più de 60 femine concubine che stavano e teneano più citadini e preti.”

Il trasferimento coatto e il divieto di convivere “more uxorio” provocarono non poche conseguenze. Non tutte le concubine furono costrette a lasciare le case dove alloggiavano: alcune vennero regolarmente sposate (ad esempio “Guaspero de Budo sposò la sua Zavatina”) mentre per altre venne pagata la pena convenuta (“Paganuzo et mastro Zoanno Tartaglia pagorno ducati per tenere le sue”).

Non mancarono incidenti come l’uccisione di un tal Domenico, figlio di Andrea da l’Arme, che, forse, si era opposto al provvedimento senza pensare che non era molto salutare contrastare il volere del Duca Borgia.

Questo evento fu anche occasione di spettacoli straordinari come nel caso del trasferimento di “Ursolina da Cesena… femina bella e giovene” che “de Valdocha, fo presa, menata in bordello a grande honore con la carra innante e con trombe, tamburo, bacile e campanazi; … con festa e piazer”. Quest’ultima annotazione è interessante per comprendere la considerazione delle prostitute, o almeno, di alcune di esse agli inizi del XVI° secolo, anche nella nostra città.

Valdoca

Il ‘500 è il secolo in cui la libertà sessuale della donna si accompagna alla poesia e all’arte (pensiamo alla cortigiana e poetessa veneziana Veronica Franco, ritratta dal Tintoretto anche come “Danae”), all’intelligenza della donna e alla positiva considerazione degli uomini. Del resto il matrimonio d’amore era di là da venire e spesso ci si sposava per altri interessi per trovare poi la passione o il piacere in donne libere.

Possiamo immaginare Ursolina che, dalla Valdoca (un tempo zona malfamata), viene accompagnata da una folla entusiasta verso le Tavernelle costeggiando il Duomo, passando probabilmente per la Piazza Maggiore, lungo il percorso dell’antica via Emilia, uno spettacolo memorabile fra i tanti di quell’anno straordinario per Cesena.

Ursolina avrà indossato i suoi abiti più sgargianti e, autentica bellezza cesenate (la immaginiamo bruna e formosa), avrà salutato sorridendo i tanti ammiratori che le facevano tal festa.

Purtroppo ancora Fantaguzzi ci informa che, l’anno dopo, Ursolina contrasse la sifilide per cui “Miser Vicenzo Casino da Cesena, giovene gaiardo gentilomo e soldato del duca V(alentino), abiando usato più volte con la Ursolina …de Valdocha asai bella ma franzosa et già acompagnata a sòn di tamburo in bordello, li atachò el male franzoso; per el che è stato malissimo, piagato, brutto e lordo.”

La sifilide era chiamata “mal francese” perché diffusa in Italia, solo pochi anni prima (1494), dalle truppe del re di Francia Carlo VIII, sceso nel nostro paese per conquistare il Regno di Napoli.

E, dunque, nella vicenda di Ursolina incontriamo il lato gioioso e quello triste del fenomeno della prostituzione nella nostra città.

Ma torniamo al trasferimento del bordello dalla zona delle Tavernelle (c’è ancora la via), area di bettole e taverne, accanto alle antiche mura verso il fiume Savio, quindi luogo quanto mai adatto agli incontri e scambi anche di carattere sessuale, all’altro lato della città, vicino a Porta Sapigna (all’altezza dell’attuale Teatro “Bonci”), in contrada San Severo o dei Cecchi, in una zona denominata “La stuffa”.

In quell’area, dietro il Teatro, c’è ancora il torrione detto “delle mammole”, uno dei nomi usati per indicare le prostitute e la via che costeggia il Teatro (ora dedicata a Cesare Montanari, capitano dei Bersaglieri morto a Gars-Bu-Hadi, in prossimità di Sirte, il 29 aprile 1915, nel corso di un combattimento con i ribelli libici, lasciando un figlio di sette anni e la moglie Gertrude Cattoli, amica di Renato Serra) un tempo aveva il significativo nome di “via delle stuffe”.

La “stufa” era una specie di moderna “spa”, “centro benessere” a base di acqua calda, vapori, massaggi in cui era labile il confine tra attività curative e pratiche sessuali a pagamento.

Singolare il fatto che l’anno dopo il bordello tornò alle Tavernelle. Del resto nei secoli XV° e XVI° più volte le prostitute dovettero traslocare dalle Tavernelle all’area di San Severo, non sappiamo in base a quali motivazioni.

Nel 1433 si trovava alle Tavernelle, come si ricava da un documento relativo alla lite tra l’ortolano Dedaide e la prostituta Maddalena. Dedaide colpisce con un sasso la testa di Maddalena che reagisce, mordendo l’orecchio destro dell’uomo. La lite, che provocherà per entrambi pene pecuniarie, avviene “in contrate Porte Ravignane in “strate publica iuxta et ante  postribulum civitate Cesene”. Porta Ravegnana si trovava all’incrocio tra le attuali via Boccaquattro e Chiaramonti.

Da un altro documento ricaviamo che il mercante Stefano di Domenico Fantaguzzi acquistò una casa e un terreno in contrada dei Cecchi, accanto al postribolo, vicino alla Chiesa di San Severo.

Ancora Fantaguzzi ci informa che “la cassetta del datio del postribollo al tempo de li signori Malatesta stava nel megio del molino da l’olio e al loco vechio da San Severo e pagava el terzo d’ogne coito”.

Nel periodo malatestiano, dunque, la prostituzione era riconosciuta ma regolata e tassata.

Nel 1474, a seguito di incidenti, il postribolo viene di nuovo trasferito in zona Tavernelle e così di seguito, con un’alternanza da un capo all’altro della città di cui non è facile comprendere le ragioni.

Nel luglio 1491, in una delle osterie delle Tavernelle, avviene uno stupro contro natura commesso da un tale Bartolomeo Ambroni nei confronti di certa Paola da Trieste, consenziente ad una prestazione sessuale ma non come lui l’intendeva. La scena raccontata dal documento dell’Archivio di Stato è truce: “Bartolomeus inquisitus voluit eam carnaliter cognoscere contra naturam. Que Paula cum ressisteret et nollet consentire ipsam amplexus fuit et eam proiecit super quendam lectum existentem in dicta camera et apposuit ei manus in gula ut non possit ipsa amplius resistere per vim ipsam carnaliter cognovit contra naturam frangendo et rumpendo ei anum cum sanguinis effusione preter et contra voluntatem dicte Paule”.

Purtroppo per Paola (come per tante donne che, anche ai giorni nostri, reagiscono alla violenza), i testimoni furono contro di lei, descrivendo Bartolomeo come di “giovane onesto e giudizioso e di buona fama e origini e mondo da ogni peccato contro natura” e accusando Paola di mentire sulla ferita che lui le avrebbe provocato.

Come abbiamo già visto, agli inizi del 1500 il bordello torna nella zona di San Severo.

In un documento del 1586 custodito nell’Archivio Diocesano, troviamo una lamentela di cittadini nei confronti di un gruppo di meretrici che addirittura abitano nel Cimitero di San Severo (e chissà se anche in quel luogo sacro praticavano il mestiere?!): “Lucrezia da Bertinoro, Ursolina de Giovanni Battista e sua madre ruffiana, Antonia Montanara con due figliole, Bianca di Alessandro calegharo, Oliva Montanara”.

Un’altra zona di prostituzione fu quella del Serraglio di San Lazzaro.

Il 6 agosto 1584, di fronte al vicario vescovile, donna Caterina dice che abita nel Serraglio di Lazaro “in casa della signora Maria venetiana putana dove sarrei stata da questo verno in qua et questa notte passata esssend’io in casa della Madalena putana che io dormo ogni notte in casa sua da circa 15 di in qua, sentetti battere a l’usso e lei non voleva aprire e finalmente aperse ch’entrorno in casa Cechetto Maurilio et doi o tre altri sbirri et cercorno per casa e perchè non trovavano niente apersero una cassa che è li in casa nella quale trovorno un frate de Servi che mi pare che dicano che sia sagrestano lo presero et menoron prigione e menorno la Madalena e me” (documento dell’Archivio Diocesano).

Dunque il mestiere si praticava anche nelle case private, nonostante fosse proibito. Un altro documento ci informa sull’arresto, il 27 aprile 1586, di un prete che viene sorpreso nel momento in cui si tira su i calzoni in casa di una meretrice “Zoppa” presso la Porta dei Santi. Il prete resiste all’arresto impugnando un coltello nascosto sotto il materasso ma viene bloccato e condotto in carcere mentre la “Zoppa” riesce a fuggire.

Altro luogo di prostituzione erano le osterie.

Il 19 agosto 1585, Ludovica figlia di Gabriele Traversari di Brisighella dice che stava a Cesena da un mese come serva e si era data al mestiere all’osteria della Garuna in cui ha una camera “fornita di tutto che pagava 2 bolognini”. Aggiunge che nell’osteria stavano altre due meretrici.

L’anno dopo, il 19 marzo, alcuni sbirri trovano, nell’osteria di Odorisio e della Gaiana, alcune prostitute contro gli ordini dei bandi. Lo stesso succede all’osteria della Pasqua in cui l’oste Andrea e sua moglie vengono portati in prigione come “magnacci” della prostituta Anna. Viene interrogata anche Laura di Bologna che abita nel Serraglio di Lazzaro nell’osteria di Odorisio e dichiara: “et mi nella mia camera mi fo chiavare da chi mi da denari et pago uno scudo al mese di nolo per la camera et il letto et poi pago il magnare secondo che me lo danno di sera in sera et loro sanno molto bene che io mi fo chiavare poichè vedono chi viene ……” Informa che nell’osteria vive un’altra meretrice che si chiama “la Romana” e fa le stesse cose.

Infine, c’era chi si prostituiva in case private, in varie zone della città.

Da notare che siamo alla fine del secolo XVI°, dopo il Concilio di Trento e la riforma della Chiesa. Ma neppure a Roma i papi riuscirono a sradicare il fenomeno, al massimo riuscirono a contenerlo in alcune zone della città. Troppi erano non sono gli appetiti sessuali ma anche gli interessi economici (dei proprietari delle case, dei commercianti, del fisco stesso) che ruotavano intorno a quello che è stato definito “il mestiere più antico del mondo”.

Tuttavia alla fine del ‘500 l’azione repressiva si fa più energica, il francescano Papa Sisto V, nel suo intento di moralizzare la Chiesa e la società, emana provvedimenti anche contro la prostituzione nello Stato di San Pietro.

Il 7 giugno 1586, a Roma, presso il Ponte Sant’Angelo, viene impiccata una madre che aveva indotto alla prostituzione la figlia, costretta ad assistere all’esecuzione indossando i gioielli avuti dall’uomo a cui era stata venduta.

Nel febbraio del 1575 vengono emanate, dal Maggior Consiglio di Cesena, rigide disposizioni circa il modo di vestire degli uomini e delle donne della città nelle varie occasioni (“Ordine intorno il vestire delle Donne e delli Huomini”) che deve essere improntato alla moderazione, con la previsione di multe per i trasgressori.

La morale sta cambiando, almeno nei suoi aspetti esteriori e, anche a Cesena, la prostituzione viene repressa e relegata ai margini della società.

Sono oramai lontani i tempi in cui un corteo rumoroso e festante poteva accompagnare la prostituta “star” Ursolina da Cesena per le vie della città con onore e piacere e gran strepito di “trombe, tamburi e campanacci”.

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