Memorie della Resistenza a Cesena

Buon 25 aprile care amiche e cari amici! Riprendiamo il dialogo in questa stupenda mattinata di primavera! Ancora dobbiamo resistere! Tante “cose” ci invita a dire questa ricorrenza mai retorica… personalmente cercherò di dare voce alle memorie della resistenza a Cesena:

La Resistenza come evento generale a Cesena è ricordata soprattutto in due luoghi: il grande Loggiato del Comune, quasi un Pantheon delle glorie cesenati ed il monumento ai Caduti della Resistenza di Viale Carducci, tra i Giardini Savelli e il Serraglio.

Sulla parete destra del Loggiato, dietro il busto di Garibaldi realizzato dallo scultore Tullo Golfarelli, su un’ampia lapide sono incise in lettere rosse due iscrizioni che inneggiano agli ideali della Resistenza e ricordano le atroci sofferenze dei Martiri uccisi per affermare quegli ideali e sono poi riportati i nomi di 126 partigiani.

Sotto lo stesso Loggiato possiamo trovare la lapide che ricorda la Medaglia d’Argento al valor militare assegnata, il 19 settembre 1974, alla città di Cesena per i sacrifici della sua popolazione e per l’attività partigiana svolta nei 14 mesi di occupazione nazifascista della città.

A qualche metro di distanza, un’altra lapide è dedicata ad uno dei più capaci e coraggiosi dirigenti della Resistenza: Gastone Sozzi, ucciso a 25 anni nel carcere di Perugia, la notte tra il 6 e il 7 febbraio 1928, a seguito delle percosse e torture inflittegli dai carcerieri fascisti.

Le torture dovevano costringerlo a rivelare la struttura dell’organizzazione comunista clandestina ma Sozzi scelse la morte piuttosto che il tradimento dei compagni di cui nessuno venne arrestato per causa sua. Se nella lapide che ricorda i 126 partigiani uccisi troviamo solo due nomi femminili, l’importante ruolo della donna nella Resistenza è evidenziato nel monumento ai Caduti della Resistenza di viale Carducci inaugurato il 2 giugno 1974. Su un’ampia piattaforma si erge la scultura di Ilario Fioravanti che raffigura una madre che, curva, con fatica ma determinazione, sorregge il figlio partigiano ferito. Lungo i bordi del basamento è riportata la poesia di Salvatore Quasimodo che inizia: “E come potevamo noi cantare/ con il piede straniero sopra il cuore/ Alle fronde dei salici…”

Se questi sono i momunenti che sintetizzano il valore della Resistenza, numerose sono le lapidi nei luoghi dove avvennero uccisioni di partigiani o antifascisti.

L’elenco qui sarebbe troppo lungo per cui sceglierò alcune lapidi tra le più significative, come quella posta al numero 157 di Corso Cavour che ricorda l’omicidio di Mario Guidazzi, una delle prime vittime del terribile 1944, l’anno della Liberazione per Cesena. Guidazzi apparteneva a famiglia repubblicana e, dopo essere stato licenziato dalla BNL per non aver voluto la tessera fascista, lavorava come direttore di una fabbrica a Ferrara. Il 22 gennaio 1944, uscito dalla stazione, sbucò in Corso Cavour proprio mentre passava un corteo fascista. Riconosciuto come cognato di Cino Macrelli, all’epoca tra i maggiori esponenti dell’antifascismo cittadino, fu picchiato e ucciso. Oltre alla moglie lasciava due figlie; il terzo figlio sarebbe nato due giorni dopo la morte del padre. Gli verrà dato il nome di Mario, come il padre e sarebbe diventato dirigente repubblicano, assumendo importanti incarichi amministrativi nel Comune di Cesena.

I tre più gravi eccidi si verificarono a Ponte Ruffio, nello sferisterio della Rocca e sulla strada per San Tommaso.

Al Ponte Ruffio, il 18 agosto 1944, nove giovani, nascosti in casa di un contadino,  attendevano una staffetta che li avrebbe condotti tra le fila dell’ottava brigata partigiana. Invece arrivarono trenta fascisti guidati da Guido Garaffoni, segretario del Partito Fascista di Cesena che avevano catturato un partigiano che, sotto tortura, aveva parlato. Il gruppo fu condotto sul ponte e lì sterminato a colpi di mitra. Uno di loro, Gino Gusella, si salvò perchè rimase sotto i corpi dei compagni fingendosi morto e testimoniò la strage. I nomi degli uccisi si leggono sul cippo (vedi foto).

 

Su un lato dello sferisterio della Rocca una lapide ricorda altri otto partigiani lì fucilati la sera del 3 settembre 1944. Sulla lapide (vedi foto) si leggono i loro nomi e per quali ideali vennero uccisi.

 

 

Un cippo sulla via per San Tommaso ricorda l’uccisione (nella notte tra il 29 e il 30 settembre 1944) di sei contadini fiancheggiatori di partigiani, il più giovane dei quali (Ubaldo Farabegoli) di appena 18 anni. Erano stati arrestati due giorni prima in seguito al ritrovamento di armi nei pressi dell’abitazione della famiglia Ridolfi di cui tre componenti vennero uccisi: Primo, Augusto e Amedeo. Vennero trucidati a colpi di mazzetta alla nuca e gettati in una fossa comune.

Particolarmente tragico fu il destino di Armando Vicini che, stando alla perizia medica eseguita sul suo corpo, non fu ucciso subito dal colpo alla testa, ma morì soffocato nella fossa. La sesta vittima si chiamava Giuseppe Piraccini. In quel contesto straordinariamente tragico si poteva morire anche per caso, per essere nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Fu così per Guido Boschi, residente a Roversano (FC), giovane falegname che pagò per un’assurda rappresaglia dopo che un milite fascista era stato ucciso per sbaglio da un commilitone.

In un campo di Gattolino un cippo ricorda la fucilazione di Renato Medri, di anni 24 e Primo Targhini che non aveva ancora 20 anni.Durante i rastrellamenti da parte dei nazi fascisti nella zona chiamata “Ferro di cavallo” (*) si erano nascosti sotto ad un pagliaio ma furono catturati a seguito della spiata di un traditore che non venne mai scoperto, legati con le mani dietro la schiena e immediatamente fucilati.

Quattro giorni dopo, il 22 dello stesso mese di agosto, altri due uccisi a colpi di mitra: Ernesto Barbieri e Colombo Barducci ricordati da una lapide sul muro esterno accanto alla casa colonica di via Pisignano dove si trovavano quando vennero sorpresi dai fascisti arrivati in forze, con camionette e auto, all’improvviso e a colpo sicuro.

Ada Monti, accorsa dopo la sparatoria, raccontò: “Vidi Ernesto steso nell’aia, la testa fracassata, il cervello fuoruscito e le galline beccavano il cervello spappolato. Un’immagine ancora presente nella mia mente e mi viene da piangere ogni volta che la ricordo. Un parente lo aveva denunciato…”(*) Anche questo accadeva…

Giovanissimo (21 anni) era Urbano Venanzio Fusconi, medaglia d’argento al valor militare, barbaramente torturato (gli furono strappate tutte le unghie), picchiato a sangue e fucilato alcuni giorni dopo allo sferisterio della Rocca. Un cippo lo ricorda a San Martino in Fiume.

Guidazzi, Sozzi, Medri e Targhini, Barbieri, Barducci, Fusconi, la famiglia Ridolfi e tanti altri indicati nelle lapidi e nei cippi che oggi, purtroppo, non potranno essere visitati per rendere omaggio a chi ha dato la vita per affermare quei valori di libertà, democrazia e giustizia che sono alla base della nostra Costituzione.

Manteniamone comunque la memoria!

I cippi ai lati delle strade della nostra città e le lapidi sui muri della case ci ricordano quei valori e ancora ci parlano di coraggio e ideali.

(*) in Elide Urbini e Orio Teodorani: “I giorni della Resistenza nel Ferro di Cavallo Cesena 1943-1944” Soc.Edit. Il Ponte Vecchio Cesena 2014

“Ferro di cavallo” è chiamata l’area che comprende i paesi di Martorano, Ronta, San Martino, Bagnile, Pioppa, Calabrina e Gattolino che formano sulla carta l’immagine di un ferro di cavallo. In questa zona la Resistenza fu particolarmente attiva e, di contro, estese e tragiche le rappresaglie nazi fasciste.

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