Palazzo Albornoz “Casa Comune” dei Cesenati

Buona domenica care amiche e cari amici! Ci avviciniamo al termine delle uscite domenicali di questa Rubrica e mi pare bello fare oggi una visita virtuale (sperando di farla realmente, magari il 2 giugno, Festa della Repubblica) al Palazzo che è il simbolo del governo democratico della nostra città, oltre che un luogo importante della nostra memoria collettiva:

Il grande Palazzo che si affaccia su Piazza del Popolo non è solo (dalla prima metà del ‘700) la sede dell’Amministrazione della città da cui oggi il Sindaco, la Giunta, il Consiglio Comunale governano Cesena ma è anche uno “scrigno” che conserva importanti memorie storiche e opere artistiche.

Il nome “Palazzo Albornoz” richiama il cardinale spagnolo Egidio Álvarez Carrillo de Albornoz che, come legato pontificio del Papa Innocenzo VI°, venne incaricato di riconquistare i territori dello Stato della Chiesa che si erano sottratti al governo del Papa. Nel giugno del 1359, l’Albornoz, più portato al comando e alla guerra che alla preghiera e alla pace (una stampa del ‘600 lo ritrae come condottiero) sconfisse a Cesena la coraggiosa Marzia (Cia) degli Ubaldini, consorte del ghibellino Francesco II° Ordelaffi, signore di Forlì, che, barricata nella Rocca Vecchia, si era difesa con grande coraggio. Albornoz riportò, quindi, Cesena sotto il governo del Papa e decise la costruzione dell’edifico che avrebbe ospitato il Governatore della città.

Egidio Álvarez Carrillo de Albornoz

Si compiva, così, il definitivo passaggio del baricentro di Cesena città dal colle Garampo alla pianura sottostante anche se il Palazzo non era lontano dalle formidabili fortificazioni della Rocca in cui agevolmente rifugiarsi in caso di necessità. L’edificio è il risultato dell’unificazione del “palatium vetus”, di età comunale (sec. XII-XIII) con il “palatium novum” o “del Governatore” e nei secoli è stato oggetto di numerosi ampliamenti e ristrutturazioni delle quali l’ultima, nel secolo XVIII°, gli ha conferito l’aspetto attuale.

Il lato frontale del “Palatium Novum” fatto costruire da Egidio Albornoz nel XIII sec. disegno di Amilcare Zavatti

Il lato ovest del “Palatium Novum” che dava sulla scalinata del Nuti. Disegno di Amilcare Zavatti

 

Parte di una bifora del “Palatium Novum”, riportato alla luce nel 1926. Fotografia di F. Dellamore

Vi lavorò anche Francesco Masini (autore del progetto della straordinaria fontana costruita alla fine del secolo XVI° nel centro della Piazza) che ne abbellì alcuni ambienti con affreschi di cui rimangono tracce all’ultimo piano. La facciata, sobria e imponente, si regge su un grande loggiato (edificato nel 1777),  sopraelevato rispetto alla Piazza, costituito da dieci grandi arcate a tutto sesto le cui colonne sono fasciate da marmi bianchi.

Fotografia di A. Casalboni – Fondo Biblioteca Malatestiana –

 

E’ intervallata da due balconi (da quello che corrisponde all’ingresso si affacciò sulla Piazza il re Vittorio Emanuele III° in visita a Cesena nel 1918), da una nicchia che contiene una cinquecentesca statua che raffigura Maria Immacolata (posta nel 1940), immagine particolarmente venerata dai Cesenati, da un antico grande orologio e dallo stemma della città. L’ingresso principale è evidenziato da modanature in marmo più alte delle altre. 

 

Il loggiato è divenuto, nel tempo, una specie di Pantheon delle glorie della città in quanto vi furono collocate lapidi che ci ricordano eminenti figure di Cesenati come Leonida Montanari, ghigliottinato a Roma per essersi opposto al potere papale, Pio Battistini, dirigente socialista assassinato lungo via Zeffirino Re, Gastone Sozzi, ucciso nelle carceri fasciste, i tanti partigiani uccisi per aver lottato per la libertà, la motivazione della medaglia d’argento conferita a Cesena.

 

Accanto al loggiato, tra il Palazzo e le prime fortificazioni della Rocca (l’alto muro su cui è la lapide con la terzina di Dante dedicata a Cesena e che termina in alto con la Loggetta Veneziana) si apre un grande arco da cui inizia quella camminata verso la Rocca descritta da Renato Serra in una delle pagine più belle del suo “Esame di coscienza”.

Ma è tempo di entrare nella “casa comune” dei Cesenati.

Nell’atrio ci accoglie, a sinistra, la “Coperta dell’Amicizia tra i popoli” cucita nel 1951 da ragazze di San Vittore come simbolo di pace e per scongiurare altre guerre dopo quella appena terminata. Sul fondo, vediamo una grande foto (“tavolAEuropa”) dell’artista Anton Roca (2001) che presenta, sedute a tavola, persone di varie età, colore della pelle, esperienze e professioni (possiamo immaginare), in una convivenza pacifica e cordiale.

Saliamo ora l’antico, imponente, scalone fino al grandioso salone d’onore del piano nobile sul cui pavimento è stato trasferito un ampio mosaico a motivi geometrici con tessere bianche e nere che ornava una domus romana collocata nei pressi del tracciato dell’antica via Aemilia, rinvenuto durante gli scavi per ricavare il parcheggio sotterraneo di Piazza Fabbri (1998).

Alle pareti si trova quasi una sintesi di parte della storia della città: medaglioni con i ritratti di Cesenati illustri, i busti di Gaspare Finali, di Luigi Carlo Farini e di papa Clemente XII, la lapide con il testo della lettera che Papa Pio VI Braschi inviò ai Conservatori di Cesena il giorno della sua elezione, il 15 febbraio 1775, circa le norme di comportamento da tenere durante i festeggiamenti in suo onore. Nel soffitto è affrescato il blasone di Cesena.

Dal salone si accede all’Ufficio del Sindaco e alle stanze del Governo della città che alle pareti presentano numerose opere artistiche di varie epoche.

Nella cosiddetta “Sala nera”, la prima a sinistra del corridoio che dal salone porta alla sala della Giunta e a quella del Consiglio, troviamo varie tele di artisti del ‘900, tra cui la grande tela di Giannetto Malmerendi che rappresenta l’autore insieme a Mario Morigi mentre ammirano una ceramica nei locali della Portaccia di Sant’Agostino.

Alle pareti del corridoio vediamo altri quadri degni di nota tra cui paesaggi del cesenate Osvaldo Piraccini, alcune opere del singolare pittore Adriano Bogoni (Monteforte d’Alpone, Verona, 1896 – Cesena, 1970), un “Santo Odilone” del settecentesco Francesco Andreini. La seconda sala a sinistra è intitolata al cesenate Mario Bocchini che donò al Comune numerose sue opere oltre alla raccolta di materiali etnografici che hanno costituito la base del Museo della Civiltà Contadina collocato nella Rocca.

Nella sala della Giunta ci accolgono un San Gregorio Magno di Francesco Andreini, Pio VI° Braschi ritratto in piedi, con sullo sfondo una veduta parziale di Cesena, da Giandomenico Porta e Pio VII° Chiaramonti, seduto, in una tela di Domenico Conti Bazzocchi (nella targhetta erroneamente attribuita a Vincenzo Camuccini).

L’ambiente senza dubbio più suggestivo è la Sala degli Specchi, utilizzata per rappresentanza e matrimoni e nella quale è conservato il Gonfalone della Città.

Le pareti sono tappezzate con arredi in legno intagliato e dorato e dal soffitto decorato pende un grande lampadario in vetro di Murano.

Il nome deriva dai due grandi specchi collocati sulle pareti più lunghe: il primo sopra un caminetto, il secondo fra le due finestre che si affacciano su Piazza del Popolo.

Quest’ultimo è sovrastato da un baldacchino decorato in blu e oro, con un cartiglio ligneo su cui sono riportate tre raccomandazioni valide per i governanti di ogni tempo:

“Ricordate che governate degli uomini,

che governar dovete con le leggi,

che non governerete per sempre.”

Raccomandazioni che invitano a mettere al centro dell’azione amministrativa le persone e le buone relazioni, a governare con giustizia e correttezza e a tener sempre a mente che il tempo del governo è limitato per cui occorre utilizzarlo al meglio.

In conclusione, a me pare che dobbiamo considerare Palazzo Albornoz la “Casa Comune” dei Cesenati, sia perché sede del governo locale sia perché conserva una parte importante della Memoria e della Bellezza della nostra città.

Una “Casa Comune” che ci rende consapevoli del valore (e della responsabilità) di “essere Cesena”.

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