Renato Serra e la sua casa

Care amiche e cari amici, buona domenica! Vorrei dedicare gli scritti del mese di luglio alla conoscenza di Renato Serra, morto in battaglia il 20 luglio di 105 anni fa. Serra non è solo il più importante scrittore nato a Cesena ed eccellente critico letterario ma fu anche uomo profondamente calato nel suo tempo e la pur breve vita presenta eventi interessanti. Spero, quindi, che l’argomento non vi annoierà. Partiamo dalla sua casa natale, diventata un Museo, purtroppo generalmente chiuso, tranne che per particolari eventi o visite guidate.

 

“… io non mi trovo così bene in nessun posto come a casa mia” scriveva Renato Serra alla madre Rachele Favini da Bologna il 31 marzo 1903. E ancora all’amata madre, due anni dopo, da Roma: “… ogni giorno che passa io sento più forte la nostalgia della mia casa, delle facce, delle voci, della compagnia delle persone che mi son care”.

Renato Serra bambino

In effetti, nonostante le sollecitazioni a lasciare Cesena per città in cui il suo talento di scrittore e di critico avrebbe avuto maggiori possibilità di mettersi in luce, Serra non lasciò mai la sua città e la casa natale se non per brevi periodi o quando decise di affrontare la prova della guerra da cui non fece ritorno.

La sobria ma elegante palazzina dove Renato Serra nacque, il 5 dicembre 1884, si trova al numero 29 (un tempo 14) del viale Carducci, una delle vie principali di Cesena, a breve distanza dalla “Barriera Cavour”.

Il legame con la casa e la madre accomuna Renato ad altri due importanti scrittori della nostra terra: Giovanni Pascoli e Marino Moretti.

Ed anche le loro case sono diventate piccoli musei della memoria umana e artistica.

Le condizioni economiche della famiglia Serra erano buone. Il padre Pio, uomo colto e amante della lettura, era medico (sul “Cittadino” del tempo compaiono ringraziamenti di pazienti da lui ottimamente assistiti), la madre apparteneva ad una famiglia benestante di origine lombarda. Ancora oggi, pur con tante modifiche intervenute, chi è appassionato studioso di Serra e dei suoi scritti può illudersi di ritrovare, entro quelle mura, qualcosa di lui.

Genitori di Serra

Passato il massiccio portone d’ingresso, al piano terreno possiamo vedere, a sinistra, la porta di quello che era l’ambulatorio del padre e, a destra, sappiamo che c’era il salottino dove la madre riceveva le amiche.

Una situazione di benessere che venne ridimensionata dalla drammatica morte del padre, il 29 gennaio 1911, mentre scendeva dal treno merci che non fermava a Cesena ma solo rallentava. Pio Serra proveniva dal Santarcangelo dove si era recato per il suo lavoro di medico delle ferrovie. Quel giorno la sua capparella rimase impigliata al predellino del treno e Serra venne risucchiato sotto il convoglio e travolto. Secondo la testimonianza della moglie, l’orologio a pendolo del salotto si fermò nell’istante in cui il marito morì e non volle più funzionare.

Renato sperperò buona parte dell’eredità in una delle sue debolezze, il gioco delle carte, una tentazione a cui a lungo fu incapace di resistere. Nel giardino interno c’è ancora un’alta rosa rampicante che pare sia stata piantata da Renato.

Accanto alla casa, dove ora è un alto condominio, c’era una villetta dove andò ad abitare, dopo il matrimonio, la sorella Maria Pia che morì prematuramente di febbre puerperale, il 7 dicembre 1908, lasciando due bambini a cui Renato volle molto bene.

Al piano superiore, a cui si accede salendo un austero scalone dai gradini consunti, ci accoglie all’ingresso una grande foto di Renato su un terrazzino della casa.

Entriamo poi nelle poche stanze e nel bel loggiato che si affaccia sul giardino interno.

Non rimane nulla dei mobili originali ma qualche ricordo di lui è stato portato in seguito: la scrivania utilizzata quand’era direttore della Malatestiana (emozionante toccarla!), alcuni suoi scritti, immagini di Renato e dei suoi famigliari, la divisa da tenente che indossava quando venne mortalmente colpito alla tempia da un cecchino austriaco (collocata su un manichino che non ha nulla di Serra, a cominciare dagli incongrui baffetti), il 20 luglio 1915 ed alcuni altri cimeli.

 

Possiamo dire che il “Museo Serra” è un progetto incompiuto che meriterebbe un ragionamento collettivo della città su come ricordare e valorizzare la memoria del suo maggior scrittore e di un uomo dalla vita emblematica del suo tempo.

La casa non è solo l’unico luogo a Cesena che conserva la memoria di Serra ma è anche un piccolo museo della storia e arte di Cesena tra ‘800 e ‘900.

Vi sono busti in gesso di importanti personaggi cesenati: Maurizio Bufalini, Pietro Pasolini Zanelli, Giacomo e Federico Comandini, un grande quadro di Paolo Grilli che ritrae Eugenio Valzania ed altre opere di alcuni dei maggiori pittori e scultori cesenati del periodo: Caterina Baratelli, Gino Barbieri, Tullo Golfarelli, Giannetto Malmerendi, Fortunato Teodorani e altri.

Il conte Pietro Pasolini Zanelli ci guarda da un quadro del pittore Anselmo Gianfanti che, a sua volta, è ritratto in un bel quadro dell’amico Vittorio Corcos, uno dei maggiori pittori italiani del tempo.

Interessanti, anche se piuttosto mal ridotti, i bozzetti per la statua di Maurizio Bufalini presentati dal cesenate Mauro Benini e dal fiorentino Cesare Zocchi che ottenne la commissione e realizzò il monumento che ancora vediamo davanti alla Malatestiana.

Molto efficaci sono le incisioni dell’artista cesenate Gino Barbieri (un ritratto di D’Annunzio, un autoritratto in divisa, sodati che si spidocchiano, i volti di tre soldati reduci da una battaglia…) la cui parabola umana e artistica presenta singolari analogie con quella di Serra.

Entrambi andarono volontari in guerra ma presto ne compresero la tragedia e il vero, tragico volto che Renato espresse nel suo “Diario” e Gino nelle sue incisioni in trincea, trovando entrambi uno stile sobrio, scarno e molto efficace.

Ed entrambi lasciarono la vita durante un combattimento, abbattuti senza un grido… una storia che racconteremo…

Una casa museo di poche stanze ma di grande suggestione.Diego esclama con ingenuo stupore: “Guardate questa farfalla! Che ali stupendamente disegnate e variamente colorate! Altre ne ho osservate in questi volumi!”

 

“È davvero attento il vostro allievo” replica il frate e, rivolgendosi a Diego: “La farfalla simboleggia la natura spirituale dell’uomo che si libera dalla materia bruta, come fa essa quando esce dal suo bozzolo ed anche la conoscenza che si sprigiona dallo studio e vola verso la Verità, oppure…”

“Apprezziamo la vostra ospitalità ma altri impegni ci chiamano” lo interrompe Leonardo…     

“Spero abbiate gradito la visita. Dobbiamo essere riconoscenti alla generosità del Malatesta e della sua nobile consorte, Violante da Montefeltro, ricca di ogni virtù. Purtroppo oggi i principi si dedicano piuttosto alla guerra e alla sete di dominio che a promuovere la conoscenza e l’arte.”     

“E il Papa non è da meno…”  aggiunge Leonardo.

“È vero purtroppo ed è motivo di grande amarezza” il tono grave del frate mostra autentico dolore che Leonardo apprezza e si rimprovera di averlo giudicato troppo frettolosamente…

Nel frattempo, la funzione di metà giornata chiama i monaci alla preghiera.

“Sarebbe un onore se voleste unirvi a noi” propone il frate.

Leonardo declina l’invito, il tempo è passato velocemente e lavori urgenti lo attendono.

Il Maestro e il discepolo lasciano la Biblioteca e s’immergono nella vita tumultuosa della città…

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