Renato Serra, una pericolosa avventura

Buona domenica care amiche e cari amici! Oggi parliamo ancora di Renato Serra ma non come scrittore e critico, piuttosto come uomo del suo tempo, con la sua vita fatta di luci e ombre e di avventure singolari:

Sei colpi di pistola in pieno giorno, nel cuore della città: Corso Umberto (ora Sozzi), teatro di un duello tra due uomini che si affrontano, sparando in mezzo ai passanti.

Succedeva a Cesena lunedì 4 dicembre 1911 e singolare è il fatto che uno dei protagonisti sia quel Renato Serra che è la massima gloria letteraria della città.

Per Serra, nato il 5 dicembre 1884, era il giorno che precedeva il ventisettesimo compleanno. Come ogni mattina di lavoro, uscito dalla casa di viale Carducci, si stava recando alla Biblioteca Malatestiana di cui era direttore. Indossava un vestito con gilet in una tasca del quale era infilato un borsellino con alcune monete e, in testa, portava un berretto di grossa lana: un abbigliamento che gli salverà la vita. Era arrivato quasi alla fine del Corso Umberto, a pochi passi dal Duomo, all’altezza dell’attuale sede della Banca Popolare E/R, quando si trovò di fronte un uomo che lo aspettava per vendicare l’adulterio della moglie.

La complicata vicenda è ricostruita da Dino Pieri nel libro “Appuntamento a mezzanotte”, interessante anche per capire la personalità di Serra e le sue debolezze (futili relazioni con donne e, soprattutto, il gioco delle carte in cui perse molto tempo e denaro). Nelle relazioni di Serra, anche nella sua più forte passione di cui parleremo in altra occasione, troviamo attrazione fisica ma scarsa considerazione morale. Tanto più in quella con una donna sposata, Maria Maraldi, attraente moglie trentenne di Luigi Tondi (detto “Sbigioli”), una relazione di cui poco sappiamo (fu vera relazione o solo corteggiamento o relazione che non si realizzò mai pienamente?) ma di cui il marito era convinto.

Luigi Tondi

Luigi Tondi  era il meccanico presso il cui laboratorio Serra portava a riparare la sua bicicletta, una rossa Peugeot da corsa, a manubrio basso, una delle prime biciclette di quel tipo arrivate in Italia. Nonostante la passione per lo studio e la lettura, Serra non era quello che si dice un “topo di biblioteca”, amava più la vita della letteratura (e la letteratura in quanto legata alla vita) e la vita era pulsione fisica, sensazioni intense, carne e sangue. Per questo era per lui un grande piacere dedicarsi all’attività fisica. Nel periodo universitario, a Bologna, frequentava la palestra della Società Sportiva Virtus e anche più tardi, quando era direttore della Malatestiana, pare facesse nel suo ufficio qualche esercizio con un bilanciere, un pezzo di ferro con ai lati due blocchi di marmo.

Gli piaceva molto anche il “gioco del pallone”, nello sferisterio sulla Rocca: …nel gioco del pallone solitario in cima al colle della Rocca le percosse secche dei tamburelli si rispondono fino a tarda sera, e la palla vola più pronta nell’aria di settembre che è più fina; la gioia fisica, la sola gioia verace ch’io mi conosca, quella che mi ristora e mi rifà, ancora non è finita del tutto…(lettera a Plinio Carli, Cesena settembre 1908). Soprattutto, amava la bicicletta: lunghe corse da Cesena a Bologna e persino a Firenze e, durante l’estate, spesso raggiungeva Cesenatico dove faceva lunghe nuotate. Doveva correre veloce se vinse una medaglia d’oro in una gara ciclistica militare.

Ma torniamo alla sparatoria….

Appena Serra fu sufficientemente vicino, Tondi gli lanciò una barra di metallo che lo colpì al capo, fortunatamente protetto dal berretto di lana che attutì il colpo, poi sparò cinque colpi con la sua pistola. Tre andarono a vuoto ma uno colpì Serra ad un braccio e un altro, ancor più pericoloso perché indirizzato in pieno petto, fu fortunatamente fermato dal grosso borsellino di cuoio che, quella mattina, la madre aveva posto nella tasca sinistra del gilet mentre Serra di solito lo portava nella destra. Anche Serra era armato, estrasse la sua Browning calibro sei e sparò un colpo che andò a vuoto ma tenne lontano il Tondi che poi fuggì via, in cerca della moglie, finendo per sfregiarla al viso con un coltello.

Casa coniugi Tondi in Corso Mazzini

Da notare che nessuno dei due aveva il porto d’armi, in quegli anni revolver e coltelli erano diffusi nelle tasche dei Cesenati (come abbiamo già visto negli scritti dedicati agli omicidi del conte Filippo Neri e di Pio Battistini).

Serra racconterà l’episodio all’amico Ambrosini con parole che rivelano una concezione della donna piuttosto “datata” che oggi definiremmo “maschilista” ma che era probabilmente l’opinione più diffusa tra gli uomini del tempo (e può dispiacere che Serra non se ne discostasse): “Due o tre anni fa c’è stato un mese d’amore, press’a poco; che non ebbe conclusione solo per l’impedimento delle circostanze (…) Rimaneva confidenza e nella conversazione qualche assaggio, schermaglie fuggitive; desiderio rapido, mescolato di gran fastidio della donna vuota e vana. In lei forse un po’ di voglia, che io tentavo di tanto in tanto, molto leggermente quasi per uso, come si suole con ogni donna (…)

Aggiungi la vanità torbida del marito, da lunghi anni sospettoso del sangue troppo infido e facile, di razza, della moglie…”

Giudizio tagliente in cui manca anche una sola parola di commiserazione per l’orribile ferita subita dalla donna.

Maria Maraldi

Un’avventura, dunque, che a Serra poteva costare la vita.

Senza la provvidenziale svista della madre nel collocare il borsellino, probabilmente non avremmo quel testo eccezionale che è l’”Esame di coscienza di un letterato” né molte delle bellissime lettere, né i saggi critici, né lo straordinario “Diario personale” scritto al fronte e pubblicato postumo col titolo “Diario di trincea”.

Purtroppo nessuna circostanza favorevole proteggerà Serra quando, nel primo pomeriggio del 20 luglio 1915, un cecchino austriaco lo colpirà alla testa mentre, al comando della sua Compagnia, si affacciava da una trincea nemica appena occupata, sul monte Podgora.

Ma questa è un’altra storia che presto racconteremo…

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