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Ben ritrovate/i care amiche e amici e buona domenica! Da domani si riapre quasi tutto! Restiamo responsabili e prudenti! Dopo quello del conte Filippo Neri di domenica scorsa, oggi racconto un altro clamoroso omicidio nella Cesena di fine ‘800, delitto all’altro collegato:

Pochi, forse, prestano attenzione al singolare busto di Garibaldi che si trova su una mensola bianca, a oltre due metri di altezza, alla fine dei portici di Via Zeffirino Re, quelli di destra, andando verso Piazza del Popolo. Il volto è colorato di rosso, barba e capelli sono marrone, sulle spalle un mantello blu e sul petto una medaglia giallo oro.

Non conosciamo l’autore di questa terracotta policroma, bizzarra eppure efficace, che sembra la versione popolare di quell’altro busto dell’Eroe dei Due Mondi, in marmo, dello scultore Tullo Golfarelli sotto il loggiato del Comune, davanti alle lapidi che ricordano i partigiani uccisi.

Com’è finito  lassù quello strano busto?

Un tempo si trovava dentro il “Caffè Garibaldi” che si apriva proprio lì vicino, sotto gli stessi portici, dove ora c’è un negozio di borse e valigie.

Il locale, il cui nome intendeva ricordare la sosta dell’eroe nel suo soggiorno a Cesena, nel dicembre dell’anno 1848, era frequentato dai principali dirigenti socialisti, tra cui Pio Battistini, capo del partito in città.

E proprio davanti a quel caffè, la sera del 7 settembre 1891, Battistini fu ucciso a colpi di pistola da un tal Antonio Mordenti detto “Barcioclin”, operaio delle miniere di zolfo della Boratella (ricordate le terribili condizioni dei minatori nel post del 1° maggio? E la violenza che tali condizioni sprigionavano?) che poi fuggì dileguandosi lungo le sponde del torrente Cesuola che passava a pochi metri, non ancora interrato. Su una colonna ci sono ancora tracce del foro del proiettile.

Mordenti fu l’esecutore ma chi organizzò l’omicidio e convinse “Barcioclin” a compierlo fu quel Domeniconi, detto “Beffuti” che abbiamo trovato a capo della famigerata “squadra di Porta Romana” nel post di domenica scorsa, “uomo violento, scaltro, arrogante, capace di esercitare fascino sulle donne e dominio sugli uomini, dotato anche di un certo peso nell’ambito dell’allora potente partito repubblicano”.  

Antonio Mordenti detto “Barcioclin” il Killer

 

Agostino Domeniconi detto “Beffuti”, il mandante

Il funerale di Battistini richiamò grandissima folla. L’orazione funebre venne declamata da Andrea Costa che definì Battistini un martire del socialismo ma invitò ad evitare reazioni di vendetta. L’omicidio è ricordato da una lapide sul muro esterno dei portici e da un busto, collocato sotto il vicino Loggiato Comunale, che celebra l’alta statura morale del leader socialista.

Pio Battistini

Non si conobbero mai con precisione le ragioni dell’omicidio, probabilmente molteplici.

Ci furono certo ragioni politiche.

Lo storico cesenate Dino Pieri nel volume, edito da “La Mandragora” (Imola 1989), “La squadra di Porta Romana”  ha efficacemente ricostruito l’omicidio di Pio Battistini all’interno dei misfatti di quella banda di criminali.

Scrive Dino Pieri: “In Romagna prima di lottare coll’arma del voto, si lotta col pugnale o colla pistola. Si sostituisce il coltello alla legge, e tutto ciò, è doloroso a dirlo, è un dovere, un sacrosanto dovere in quegli ambienti, in mezzo a quelle sette, tra quelle conventicole. Chi consuma un assassinio politico, ha la ferma convinzione di compiere un dovere.” Non estraneo al delitto fu, probabilmente, il fatto che Battistini aveva minacciato di denunciare gli autori dell’assassinio del conte Filippo Neri che molti in città conoscevano ma temevano di parlarne apertamente per paura di fare la stessa fine.

Osteria di Porta Romana oggi ristorante orientale

Un’altra ragione fu la vendetta per l’uccisione di alcuni repubblicani da parte di socialisti, avvenuta una settimana prima a Ponte Cucco, di cui gli avversari ritenevano ispiratore proprio Battistini.

In quell’estate Cesena era stata insanguinata da una serie impressionante di omicidi: in giugno era stato accoltellato un farmacista, in agosto era stato pugnalato a morte un fruttivendolo del mercato e, alle porte di Cesena, due coniugi erano stati massacrati a colpi di pietra durante una rapina.

Il proiettile rinvenuto sul corpo di Battistini

Crimini che si collocano nel quadro a tinte fosche della Romagna di fine Ottocento. A differenza che per il delitto Neri, questa volta l’assassino venne subito individuato e  arrestato. Era stato visto da varie persone nel luogo del delitto e, subito dopo, mentre fuggiva lungo il vicolo Stalle. Mordenti era, del resto, già noto alla giustizia in quanto sospettato di altri delitti. Venne alla luce anche l’attività malavitosa della “squadra di Porta Romana” e del suo capo, il “Beffuti”. Il processo si tenne, nel 1893, presso la Corte di Assise di Treviso. Mordenti venne condannato a 20 anni di carcere, Domeniconi a 22 anni e 6 mesi di carcere ed altri della “Squadra” a pene minori.

Gli atti del processo Battistini

 

La testimonianza di Nazzareno Trovanelli

 

Al processo Battistini si interessò anche il sociologo napoletano Guglielmo Ferrero che nell’opera “Il mondo criminale italiano” (Milano 1893) ci offre una vivace descrizione della Romagna “uno degli ultimi e meno imperfetti esemplari che rimangano in Europa di società a tipo di violenza”. Il Ferrero riscontrava nei Romagnoli un qualcosa di primitivo, “un’animalità sana e forte” rimasta quasi intatta dalle epoche remote, che si manifestava negli appetiti della gola e dei sensi, nella violenza un po’ rozza posta in tutte le azioni, nella indocilità verso le norme di vita sociale. Significativa la descrizione di una festa da ballo a cui assistette a Cesena: “E se si fossero potute vuotare le tasche delle marsine? Credete voi che ne sarebbero usciti carnet da ballo o boccette d’odore o pacchi di confetti? Ne sarebbe uscito fuori un arsenale di pistole, di coltelli e di revolver; giacchè quasi tutti erano andati al ballo armati sino ai denti, come se avessero mosso a una spedizione. Fuori il damerino, dentro il Romagnolo. Il ballo, poi, tutto insieme, sembrava una ridda. I ballerini abbrancavano le ballerine come se avessero voluto rapirle… Barili di vino, montagne di polli e di pane sparivano…”

 

Una visione della Romagna a cui reagì alcuni anni dopo Renato Serra, il grande critico e scrittore cesenate: “La sua (di Ferrero) Romagna semiselvaggia, adoratrice della forza brutale, del coltello e della pistola, ma franca e fiera, piena di forze primitive ed esuberanti, di grandi risate sonore, di scherzi enormi, di pranzi pantagruelici, per quanto composta con materiali tratti dal vero, ma esagerati, caricati nelle tinte e alterati nelle proporzioni, assomigliava alla Romagna reale come una caricatura vistosa può assomigliare al suo naturale…” (in Renato Serra: “Grandezza e decadenza di Roma di G. Ferrero”). Singolare è, tuttavia, il fatto che anche Serra venne coinvolto in una sparatoria, nel pieno centro di Cesena, che sarebbe potuta essere per lui fatale. Ma questa è un’altra storia che racconteremo in un altro post…

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