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Buona domenica care amiche e cari amici! E tantissimi Auguri a tutte le Mamme! Dopo il post di giovedì scorso scritto da Raffaella Candoli e dedicato a bellissime rose per Cesenati (e non) speciali, oggi ci dedichiamo alla scoperta del volto “nero” della storia della nostra città:

La sera del 20 marzo 1889, il conte Filippo Neri, un agiato scapolo di sessantatré anni ben portati, tornava alla villa di famiglia che, ancor oggi, sorge all’inizio della strada che porta all’Abbazia della Madonna del Monte.

Era solo, aveva acquistato poche cose per la cena contenute in un involto che teneva in una mano mentre nell’altra aveva un ombrello, essendo stata una giornata piovviginosa. Stava percorrendo via del Torricino (ora via del Monte), la stradina che congiunge la via Emilia con la strada che conduce all’Abbazia ed era già in prossimità della villa quando fece un incontro che gli fu fatale.

Via del Monte il luogo dell’omicidio

Il cadavere, crivellato da numerose pugnalate, fu trovato casualmente, la mattina seguente, da Colomba Zanotti, ortolana del conte Andrea Neri, fratello di Filippo. Il delitto, alle cui origini c’era una questione di soldi mai del tutto chiarita (forse una cambiale in scadenza?!), fu opera della feroce “squadra di Porta Romana”, chiamata così dalla collocazione dell’osteria in cui la banda si riuniva.

Porta Romana è comunemente conosciuta come Porta Santi anche se il nome ufficiale è Porta Eugenio Valzania ed è singolare che proprio il Valzania, eminente personaggio repubblicano, coraggioso combattente garibaldino, oratore eccezionale ma anche politico spregiudicato, fosse il protettore di quella banda di delinquenti. L’osteria si apriva sotto i portici, verso la strada che porta al Monte, dove ora è un ristorante orientale.

L’osteria di Porta Romana

Era una delle tante osterie della città, importanti luoghi laici di incontro, svago e commerci per le classi popolari. I lettori dei “Promessi sposi” ricorderanno l’osteria “della Luna piena” dove Renzo ripara dopo i tumulti di Milano, si ubriaca, parla a vanvera e viene scambiato per un pericoloso sovversivo. Anche a Cesena c’era un’osteria “della Luna” come anche una “del Sole”, “della Stella”, “delle Due Spade”, “della Campana”, “della Posta”, forse la più importante, collocata com’era nell’attuale Piazza del Popolo, tant’è che ospitò Giacomo Casanova e William Turner e tante altre con i nomi più svariati. Sappiamo che nell’anno 1575 erano aperte in città 15 osterie che fornivano vitto e alloggio e 9 bettole, in cui venivano serviti solo cibo e vino.

Ma torniamo all’omicidio del conte Neri.

Il gestore dell’osteria di Porta Romana si chiamava Giovanni Magnani, detto “Pagliaccio” che, in seguito, (secondo informazioni fornitemi da Lelio Burgini) passerà al servizio dei marchesi Romagnoli come cuoco, quindi, probabilmente, in cucina se la cavava bene.

Con la moglie del Magnani aveva una relazione il capo della “squadra”, Agostino Domeniconi detto “Beffuti”, uomo violento, scaltro, arrogante, capace di esercitare fascino sulle donne e dominio sugli uomini, dotato anche di un certo peso nell’ambito dell’allora potente partito repubblicano.  

Agostino Domeniconi (Beffuti)

La sera del delitto il Domeniconi era nell’osteria e si dava un gran da fare a suonare la fanfara per coprire le grida del conte.

Gli autori materiali dell’omicidio furono Vincenzo Vincenti detto “Mingon” e Giuseppe Brandolini detto “Limon” dal mestiere che esercitava, la vendita di rane e limoni al mercato di Cesena.

Un altro membro della banda, Giovanni Romagnoli detto “Brustlon” (un tempo ciascuno aveva un soprannome), aveva immobilizzato il conte tenendolo da dietro le spalle.

Un testimone casuale, Marsilio Ceccarelli detto “Giannetto”, che aveva sentito delle grida e si era nascosto dietro una siepe, riferì tempo dopo di aver sentito, ad un certo punto dell’azione criminosa, la frase:“Basta Limon!”.

La risposta era stata: “Un’altra… è ancora vivo!”.

L’espressione “Basta Limon!” divenne celebre a Cesena.

Il coltello dell’omicidio

Le coperture politiche dalla banda rallentarono le indagini ma due anni dopo i colpevoli furono arrestati e accusati del delitto di Pio Battistini, di cui parleremo nel post di domenica prossima.

Il processo Neri si tenne dieci anni dopo: Brandolini e Vincenzi vennero condannati all’ergastolo e gli altri imputati a vari anni di carcere.

Delitti di quel genere non erano rari nella Cesena di fine Ottocento ma quello del conte Neri destò particolare impressione in città per le terribili modalità e per la notorietà della vittima.

Nacque, così, la credenza nell’apparizione, lungo la strada che porta all’Abbazia, del fantasma del conte, talvolta a piedi, con in mano l’ombrello e l’involto per la cena oppure seduto dietro uno dei carri che salivano al Monte.

Villa Neri lato Monte

Possiamo rivivere l’atmosfera violenta dell’omicidio osservando il quadro in cui un accoltellamento viene raffigurato dal grande pittore Paul Cezanne il cui padre Luigi Augusto Cesena era ebreo e originario della nostra città, come ha dimostrato lo scrittore cesenate ed esperto d’arte Romano Pieri nel libro “Cézanne Genio cesenate” (Società Editrice “Il Ponte Vecchio”, Cesena 2005).

La vicenda del delitto Neri è stata ben ricostruita dallo storico cesenate Dino Pieri nell’interessante volume “La squadra di Porta Romana” che ha come significativo sottotitolo “la Romagna del coltello e del revolver” (edit. “La Mandragora”, Imola 1989), da cui ho ricavato alcune immagini tra cui i disegni dei volti degli imputati.

Da quei volti e dalla narrazione delle loro vite e dei misfatti della “squadra di Porta Romana” emerge una Cesena brutale e violenta che ritroveremo nel post di domenica prossima dedicato all’omicidio del dirigente socialista Pio Battistini.

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